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lunedì 11 novembre 2019

Mustafà innamorato di: Pina Maria Speranza Raciti

11---11-2019
Il sole ,  si  alzava all'orizzonte, era  l'alba, di un nuovo giorno, bello,caldo, giorno, di  agosto, il mare , cheto sembrava , uno  scrigno  ricco d'oro e  di gemme  preziose, che splendevano  al sole.
Mustafà,  sdraiato ,  sul  muricciolo del  piccolo  porto  di pescatori,  aprì  un  occhio  giallo, e  poi  l'altro, si  alzò  e si  stirò  sulle  sue  quattro  zampe  , alto  e  snello . Aveva   dormito  proprio  bene,  e  la  notte  fresca  ed  odorosa  di mare , aveva  conciliato  il  sonno . Lui , Mustafà, un bel  gatto soriano, alto  snello  ,  dalla  testa  grande e triangolare , con orecchie  piccole, lunghi   e grandi  baffi, neri,  ed  occhi  grandi  e  gialli.  Era un bellissimo  felino , degno di  tale nome. Viveva  tranquillo  , in  quel  piccolo  villaggio  di pescatori,mentre a  ridosso  si estendeva, la  grande città. Aveva, una  famiglia  simpaticissima, il  padre era  pescatore, giovane  e coraggioso, la  madre, era  una giovane e bella  ragazza  meridionale, dagli occhi neri , e dallo sguardo dolce, e  i due bambini, Carla, ed  Andrea, due piccoli  di  6 e  4 anni, rispettivamente; tanto dolci e tanto buoni, che   amavano  Mustafà,e con  il quale  condividevano  tanti  giochi,  e  tante ore  di  quelle stupende  giornate  estive.
Mustafà,  attendeva, con pazienza l'arrivo  dei pescatori  all'alba, così, poteva ottenere, da loro, qualche  sardina fresca appena  pescata , che  certo  rappresentava una  ghiotta colazione.
Ritto,  seduto  sulle  sue  zampe  posteriori, con  la coda attorcigliata  tutta  attorno,  stava  attento,  all'arrivo delle  barche,  che già  si  profilavano  all'orizzonte; quando,  la  sua attenzione  fu  distolta , da un :"miao!", molto dolce di gattina, che veniva  da  dietro  le sue  spalle .
Si  volse, e giù in basso , sulla   strada, vide  una bella  gattina , dagli  stupendi  occhi  azzurri, e dal pelo  lungo e  bianchissimo, con   una  grande coda,mentre un  bel  fiocco  di nastro  rosa, fermava al collo  due  piccole  campanelle. Era  un tipino, quella  micetta,  che certo  non  abitava , da quelle parti, dato  che  Mustafà conosceva  tutti   i  gatti   del  quartiere.  E poi  era  troppo  chic, emanava un delizioso profumo  come  quello  che mettono  le donne.
La  gattina,non  era sola  , accanto a lei stava,una  bambina, dai ricci d'oro e  dagli  occhi  di un  azzurro , che si  confondeva  , con  quell'immenso  azzurro  di  cielo  e di mare.
Mustafà, scese dal muricciolo, e  si  avvicinò  alla sconosciuta, cercò  di annusarla,  ma essa  , indietreggiò  timorosa ,  davanti  ad un tale  esemplare  di felino. Passato  il primo  momento, superati i timori , i due  gattini  si  annusarono, e  dopo  si  scambiarono  le prime impressioni. Mustafà, si  presentò , e lei le disse  di chiamarsi :"Kitty" e che si  trovava   là  con  la sua  padroncina, per una  passeggiata , in  quanto  i  genitori  della  bambina  erano  venuti   , per  comprare  del  pesce  fresco, e  così attendevano, l'arrivo  dei  pescatori.
Mustafà,   accanto  a  Kitty si  sentiva perso, le  zampe  li  tremavano, ed  il  cuore  batteva  troppo  forte. Il  suo  sguardo era  languido, mentre , Kitty,  da  gattina  perbene, faceva l'indifferente; non   voleva , che si  parlasse  di lei come di una  gattina  facile, e languisse per  il  primo sconosciuto, che incontrava.
Ma  in cuore  suo ,  aveva trovato  Mustafà,  molto  bello.  Arrivarono, i pescatori, ed i genitori  della  bella  bimba, comprato  il pesce andarono via, portando  con se Kitty.
Così ,Mustafà  ,  si  trovò  solo in mezzo alla strada,mentre la  macchina  con la sua  gattina  si allontanava.  Diventò triste,e per tutta la  giornata , non  mangiò  , e  non  giocò con  Carla  e  Andrea.
I  giorni  trascorrevano e Mustafà era triste , nessuno  sapeva  spiegarsi  il  perché, neppure i  suoi  amici gatti, e nel  piccolo  villaggio di pescatori, di  bei  gatti  c'è n' erano molti.
E  tutti  erano amici, ed erano uniti nei loro giochi, e nel loro andare per il villaggio. C'era  ,una  gattina ,molto bella ,tutta bianca , con chiazze  grigie, che si  chiamava: Sissi e  che faceva gli occhi dolci  a  Mustafà.
Così  non  sapendo , del perché, della  tristezza  e  dell'isolamento  di Mustafà,  tutti  incominciarono a  mormorare. Si pensò,  che  Mustafà, fosse malato,oppure che una strega  cattiva,lo teneva sotto  i suoi malefici incantesimi.  Poi, un giorno, Mustafà, non  si vide  più, con  grande  stupore  di tutti. Passarono  i giorni, e tutti  dimenticarono ; la vita  continuò  nel villaggio, l'estate  , ormai si era inoltrata, e  solo le serate  mitigate dalla brezza marina,portavano  un po'  di  ristoro.  E la sera, sul  muricciolo del piccolo porto, sostavano  i gatti, e godendo di  quel  fresco, si raccontavano, le  gioie, ed  i dolori del  giorno appena  trascorso.
Mustafà, con  il cuore  illanguidito dal  fuggevole  incontro  con Kitty, era  andato  alla  ricerca, della  sua bella persiana.  Fuori dal piccolo  borgo,di pescatori, la vita era  proprio un'avventura.
C'erano, le macchine, il traffico violento e caotico  del lungo  mare, della  grande  città, che  viveva  a ridosso  del piccolo villaggio. C'erano  gli uomini, indifferenti o nemici  , da evitare; c'erano i cani,  quei grandi nemici da sempre, e la  fame  , si faceva  sentire.
Ma, spinto, dal  suo  grande amore, Mustafà, sfidò  tutti i  pericoli, e miracolosamente scampò  molte volte alla morte.  Finché giunse, in un  grande  quartiere  , della  città, fatto  di tanti  palazzi enormi,ma  lussuosi. Mustfà, era  fortemente dimagrito, per la vita randagia che  da molti  giorni conduceva, e per la sua grande ansia di  amore, stanco, e  con  i morsi  della  fame, ed  il caldo che  l'opprimeva,  si coricò a ridosso di un muretto, a  terra.  Quando  la sua attenzione, si  concentrò, verso una  bambina,che  usciva  dal portone ,  di uno di quei palazzi. La  bambina   con i riccioli  d'oro, portava in braccio una   gattina persiana, bianca, con un fiocco rosa al collo, era Kitty!  Mustafà, la riconobbe , e  disperato, si alzò  e  gli  corse  incontro.  Miagolò, chiamò  Kitty.  Anche Kitty udì la  voce  di  Mustafà, ma  quando  lo vide , stentò a  riconoscerlo, tanto era  ridotto  male. Kitty,  pensava  sempre a quell'incontro, di  un tempo  non tanto  lontano.  Volle scendere  a terra, e  si avvicinò esitando  , a Mustafà, lui ,  con  gli occhi lucidi e dolci,  guardava  il suo  amore ; lei , incominciò  ad annusarlo, e  con  dolcezza, lo baciò sul musetto.
Oh!  che  dolcezza!
Pareva  a Mustafà, di  vivere un sogno; forse stava  per morire, e così in sogno gli  veniva  la sua Kitty. Ma,  due  braccia robuste di uomo,lo presero  in  braccio, e  lo  portarono in una casa  lussuosa , e  lui , disperato  voleva solo  la  sua Kitty, ma  era  così  privo di forze che  non  riusciva  neppure  a ribellarsi. Delle braccia  robuste, lo lavarono, lo asciugarono,  e  lo posero su un cuscino, mentre gli  offrirono  una ciotola , con del latte, ed  una ricca  di pesce, riso,e carne. Ristorato, Mustafà, si addormentò e dopo  tanto tempo , quando si svegliò, trovò  due  grandi occhi azzurri, immersi  , in un  viso  fatto  di peli bianchi e morbidi, e  coronati  da un fiocco  rosa, che  stavano, li dolci e trepidi a  vegliare  su di  lui.
Mustafà, aveva raggiunto il suo amore,e veniva accolto  , nella  nuova  casa con una nuova famiglia, quella  di Kitty;  Kitty e Mustafà,  vivevano  felici, ed un giorno, Kitty,mise al modo quattro  bei gattini, due  assomigliavano alla  mamma  e due  al padre.
Mustafà,  era fiero  di essere  padre e trepidante, stava attento  perché  i  suoi piccoli  crescessero  sani  e  bene.
Il mio pensiero va a tutti i bimbi che  nel mondo vivono ,nei campi profughi; questa mia fiaba  vuole essere un regalo per loro, con l'augurio che per loro tutti possa  esserci un futuro , fuori dai tristi campi, dove sono stati accolti con le loro famiglie.

sabato 9 novembre 2019

L'ESALTAZIONE DELLA CROCE:

9--11--2019

Mi  abbandono  o Dio ,nelle  tue  mani. Gira  e  rigira  quest'argilla , come   creta nelle  mani  del  vasaio. Dalle  una  forma e poi  spezzala, se  vuoi.  Domanda ,ordina , cosa  vuoi  che io  faccia?  Innalzato, umiliato,  perseguitato, incompreso, calunniato, sconsolato, sofferente,  inutile a tutto  , non mi  resta  che  dire , sull'esempio  di  tua  Madre:" Sia fatto  di me  secondo  la  tua Parola".
Dammi l'amore  per  eccellenza,  l'amore  della  Croce, ma  non delle croci  eroiche  che  potrebbero  nutrire  l'amor  proprio, ma di quelle  croci  volgari , che  purtroppo  porto  con  ripugnanza , di quelle  che  si  incontrano  ogni  giorno nella  contraddizione, nell'insuccesso, nei  falsi  giudizi , nella  freddezza , nel  rifiuto  e nel  disprezzo  degli altri, nel  malessere e  nei  difetti  del corpo  , nelle  tenebre  della  mente e nel  silenzio e aridità  del cuore.
Allora  solamente Tu  saprai che Ti amo, anche non  lo saprò io , ma  questo  mi basta.  Amen

mercoledì 6 novembre 2019

FAVOLE JEAN DE LA FONTAINE

6--11--2019

La  montagna che  partorisce

Una  Montagna  presso  a  partorire
di  tali  strida  l'aria  riempiva
che   la  gente , che udiva  da lontano,
diceva:-Il  fantolino
una  città  sarà  come  Milano--
E nacque  in quella  vece un topolino.

Pensando  a  questa  favola
così  falsa  di  fuori  e vera  in fondo,
mi  raffiguro certi poetonzoli
che  prometton  cantare  il  finimondo
e Giove  e  il tuono e i fulmini e i  Titani.
E  d'una  cosa  sì  straordinaria
non  ti  resta  allo  stringer  delle mani....
che  cosa?--un poco d'aria.

La  fortuna  e il ragazzo

Tornando  dalla  scuola  un  ragazzino,
si  pose a sonnecchiar  soavemente
sopra  l'orlo  d'un  pozzo  assai  profondo.
Ogni  cosa  ai  ragazzi  è  un  buon  cuscino.
Se  un  vecchio  fosse  stato  sì  imprudente,
o un  padre di famiglia,scommetto  che  sarìa  cascato  in fondo.
Fortuna  volle  che  la  dea  Fortuna
passasse  a  lui  vicino,
e assai  cortesemente  lo svegliò.
--Mio  caro, --disse ,--ascolta,
non  esser sì  imprudente un'altra  volta,
perché  sempre  vicina  non  sarò.
Se  tu  cadi  la  colpa  mia  non  è,
ma  la  gente  la  piglia  poi  con  me--.

Avea  ragion  da  vendere
la  buona  dea  volubile,
che al mondo  d'ogni  male
è fatta  responsabile.
Sempre  gli  sciocchi  pensano
di  scaricar  la  colpa  dei  malanni,
tirando  la  Fortuna  per i  panni.
Sia  l'uomo  dritto  o storto,
sempre  Fortuna  ha il torto.

NOI ABBIAMO TUTTO IN CRISTO SANT'AMBROGIO

6--11--2019

Se  tu  ardi  per  la  febbre, Egli  è  la  Sorgente  che  rinfranca;
Se  tu  sei  oppresso  per  le tue  colpe, Egli  è  la  liberazione;
Se  tu  hai  bisogno  d'aiuto, Egli è  la  Forza;
Se  tu  hai  paura  della  morte, Egli  è la  Vita;
Se  tu desideri  il cielo, Egli  è  la  Via;
Se tu fuggi  le  tenebre, Egli è  la Luce;
Se  tu  hai  bisogno di  nutrimento, Egli  è  l'Alimento.

martedì 5 novembre 2019

ORTODOSSIA " UNA ECCLESIOLOGIA DI COMUNIONE" di: p. Denis Guillaume 2°

5--11--2019
Nell'articolo   precedente  abbiamo  visto  che  l'Ortodossia  si poteva definire  come  "vera  fede",  che  la  vera  fede  era  quella  degli  Apostoli  e  dei  primi  sette  concili  ecumenici  tenutisi  in Oriente,  una  fede  comune  ai  Romani  e  ai  Bizantini, i quali  insieme  si  sono  ritenuti  sia  "cattolici"  che  "ortodossi". E le  cose  andarono  bene, più  o meno ,  per otto  secoli, fino  all'incoronazione di  Carlomagno  a  Roma  come imperatore d'Occidente  e  all'introduzione  del  Filioque  nel  Credo romano.  La  prima  diede  ai  Bizantini  la   sensazione  che  venisse infranta  l'unità  dell'impero  dei  Romani, sopravvissuto  a  Costantinopoli.  La  seconda  venne   considerata  come  una  rottura  nell'espressione  comune  della  fede.  Finora  le eresie maggiori erano  sorte  in  Oriente  ed  era  toccano  a Bisanzio  il ruolo di difendere l'ortodossia  della  fede, insieme  a  Roma. Ormai la  Chiesa  di Costantinopoli dovrà  da sola  tenere  la  fiaccola  dell'Ortodossia , mentre  quella  di Roma , con  l'aspirazione  a  una  egemonia universale  , accentuerà  la  sua connotazione  di Chiesa cattolica.
Presto, i romani  non  verranno  più  considerati  dai  Bizantini  come   ortodossi, ma  come  eretici, e  non  saranno più  chiamati nemmeno  cattolici, ma  semplicemente  "Latini"   o  "Franchi", cioè  barbari  occidentali (soprattutto  dopo  il  saccheggio  di  Costantinopoli, nel  1204, a  opera  della  4°  crociata).  Nello  stesso  tempo  , i  Bizantini   saranno  considerati  dai Romani  come  scismatici o  dissidenti, le  loro  Chiese  verranno  oltraggiate  come   comunità  separate, opposte  all'universalità   del Pontefice romano;  e  la  parola  "ortodossia", diventerà  , in bocca  occidentale  ,  spregiativa,  restrittiva,  l'equivalente  di  cristianesimo  rivale, orientale. 
Nel  secondo  millennio , la  Chiesa  di Roma, separata  dall'Oriente, sviluppa  una  ecclesiologia  diversa  da  quella  tradizionale, trasformando la  propria  struttura ecclesiale  sul  modello della  società  feudale  .  Ne  risulta  quello  che  chiamiamo  la  "piramide".  Infatti , nel  sacro  impero  romano--germanico,  troviamo  al vertice  l'imperatore, poi  vengono re,  principi,  duchi , marchesi; scendendo  ancora si  trovano  conti , visconti , baroni e  signori; e, sotto  i  signori , finalmente il popolo,  alla  base  della  piramide.  Nello  stesso modo  la  piramide  dell'ecclesiologia  romana al cui apice  vi è  posto  il sommo  pontefice; poi  troviamo  i cardinali,  arcivescovi e vescovi;  dai vescovi  dipendono  parroci e sacerdoti e  da  questi  ultimi  dipende  la  massa   dei fedeli. Gli  stessi  rapporti  che  reggono il  mondo feudale, tra  sovrani  e vassalli, regola  man mano  le  relazioni  tra  la gerarchia  e il popolo  di Dio, fatte  di  giurisdizione  e  di  sottomissione. Il risultato  è  che   la  Chiesa   viene  spesso identificata   con  la  sola  gerarchia , ed  escluso  il popolo.
Nel  cristianesimo  orientale  si  è  conservata  invece  una  ecclesiologia  di  "comunione".  Non  è  "piramidale" ,  verticale , ma  orizzontale, costituita  di  cerchi,  come  si  vedono  al  microscopio le  cellule  di un corpo vivente  legate  fra di loro  con  il  flusso  dei vasi  sanguigni e  dai  nervi.  Così  come  al centro  della  cellula  troviamo  il  nucleo , così  il  vescovo sta  al centro  della  vita  ecclesiale: attorno  a  lui  si  forma  la  sinassi  della  preghiera  pubblica, che  culmina a  nell'eucarestia.  Fra due  o più  diocesi vicine  si  stabilisce un  rapporto  di comunione a  livello  dei vescovi, e  così  i fedeli di una  diocesi  sono  in comunione  con i fedeli  della  diocesi  vicina tramite  il loro vescovo.  In  una  stessa  regione  o  nazione  , tra  i vari  vescovi , uno  di loro assume  un  ruolo  primaziale , divenendo  il  fratello maggiore: sono  gli  arcivescovi  , metropoliti  o patriarchi.  Al  più  alto  livello , c'è  la  comunione  tra  i  patriarchi  o gli  altri  capi  delle  Chiese  autonome,  comunione  che  si concretizza  con  i "dittici", cioè con  la  preghiera  reciproca alla  fine  dell'anafora(canone  eucaristico) e  con  le  visite  fraterne  che  si  fanno   vicendevolmente per  mantenere  tra  di  loro il bene  dell'unità. In  quella  ecclesiologia  di  comunione  ci sarebbe  posto  , dal  punto di vista  ortodosso , anche  per  il  papa  di Roma, se si  accontentasse  del  suo  ruolo  primaziale, senza  voler imporre  la  sua  giurisdizione  su  i fedeli  delle  Chiese.
Nei monasteri  benedettini  la struttura  monastica  corrisponde  tuttora  a  quella  ecclesiologia  di comunione,  conservata  dall'Ortodossia  nel  cristianesimo  orientale. Ogni  comunità , con  l'abate  o  il priore  che si è  scelto, costituisce  una  piccola  Chiesa. Due  o più monasteri  vicini, nella  stessa  regione  o nazione , fanno  una  congregazione , e  gli  abati  o priori  eleggono  tra  di  loro un abate  presidente, al  quale  si  può  fare  ricorso  quando  sorge  una  difficoltà  all'interno del monastero. Poi le  diverse  congregazioni nazionali  o  regionali  estendono  la  loro  comunione  , formando  la  confederazione  benedettina, e  gli  abati o priori  conventuali  eleggono  l'abate  primate.  Per esercitare il  ruolo  primaziale, potrebbe  anche rimanere  nel  suo monastero , come  abate di una vera  comunità. Se  risiede a  Roma, sacrificando  così il carisma  per  il quale è stato eletto abate  dai propri  monaci, è per difendere  meglio , presso  la  Curia    romana ,i diritti  dell'Ordine  monastico: è piuttosto un  procuratore,  che  fa  da  legame  tra  i singoli monasteri e il  papa, e non  il  braccio  del pontefice sulla  confederazione  benedettina;  non  è  un  generale  d'ordine nè  un  gran  maestro.
Invece  gli ordini religiosi  sorti  dal duecento  in poi hanno adottato  quella  struttura piramidale  della  Chiesa  d'Occidente: dal   gran  maestro o  dal  generale  dipendono  i superiori provinciali; da  questi  a loro volta  i rettori locali; dai rettori  , infine  ,i religiosi;  e  tutto  l'Ordine è  al  servizio  del Papa.  Di  solito , eccetto per  le  clarisse,  non  costituiscono  cellule  ecclesiali sotto  un   bastone  abbaziale, ma  sono  esenti  dalla  giurisdizione del  vescovo locale, come  l'esercito  di  una nazione  dipende   direttamente  dal  potere  centrale e  non  dai  governatori  di provincia.
Finché  quella  struttura piramidale  rimaneva  a  uso interno  della  Chiesa  romana  , gli  Ortodossi  non  avrebbero trovato   nulla  da ridire, eccetto  per  il fastidio che  davano loro i frati  insediatesi  in Terra  Santa e  sul  territorio  delle  loro  Chiese apostoliche. Ma le  difficoltà  maggiori  sorsero  quando  la  Chiesa romana  , che  dopo  secoli  di separazione  dall'Occidente si era   persuasa di essere da  sola   la  Chiesa universale, cercò di imporre  la  sua  ecclesiologia  piramidale  alle  Chiese  autocefali di Costantinopoli,,  Antiochia, Alessandria e Gerusalemme,  che  non  avevano  mai  conosciuto, dal  tempo degli Apostoli, altra  ecclesiologia  che  quella  di  comunione.

lunedì 4 novembre 2019

CANTI di: Giacomo Leopardi

4--11---2019

ALL'ITALIA

O  patria  mia,  vedo  le  mura  e  gli  archi
E  le  colonne  e i  simulacri e l'erme
Torri  degli  avi nostri,
Ma   la  gloria  non  vedo,
Non  vedo  il lauro  e  il ferro ond' eran  carchi
I nostri padri  antichi. Or fatta  inerme,
Nuda  la fronte e nudo  il petto mostri.
Oimè  quante ferite ,
Che lividor , che  sangue! oh qual ti  veggio,
Formosissima   donna!  Io  chiedo  al cielo
E  al  mondo  dite  dite;
Chi la  ridusse a  tale? E questo  è peggio,
Che  di  catene ha  carche  ambe le  braccia ;
Si che sparte  le chiome e senza  velo
Siede  in terra  negletta  e   sconsolata,
Nascondendo  la  faccia
Tra  le  ginocchia , e  piange.
Piani , che  ben  hai  donde , Italia mia,
Le genti  a vincer  nata
E nella  fausta  sorte e nella  ria.

Se  fosser  gli  occhi  tuoi due   fonti  vive,
Mai  non  potrebbe  il pianto
Adeguarsi  al tuo  danno ed allo  scorno;
Che  fosti  donna  ,or  sei  poverella  ancella.
Chi di te  parla   o scrive,
Che , rimembrando  il  tuo   passato vanto,
Non  dica : già  fu  grande, or non  è quella?
Perché,  perché?  dov'è  la  forza  antica,
Dove  l'armi  e il valore  e  la  costanza?
Chi  ti  discinse  il  brando?
Chi  ti  tradì? qual  arte  o qual  fatica
O  qual  tanta  possanza
Valse  a  spogliarti  il  manto e  l'auree  bende?
Come  cadesti o  quando
Da  tanta  altezza  in  così  basso  loco?
Nessun  pugna  per te?  non ti  difende
Nessun  de'  tuoi? L'armi , qua  l'armi : io solo
Combatterò , procomberò  sol io .
Dammi , o ciel,  che  sia  foco
Agl' italici  petti  il sangue  mio.

Dove  sono  i tuoi  figli? Odo suon  d'armi
E  di  carri  e  di voci e  di timballi:
In  estranie  contrade
Pugnano  i tuoi   figliuoli.
Attendi, Italia  , attendi . Io  veggio, o  parmi,
Un  fluttuar  di  fanti e di cavalli,
E  fumo e  polve , e  luccicar di spade
Come  tra  nebbia  lampi.
Né    ti  conforti?  e i  tremebondi  lumi
Piegar  non  soffri  al  dubitoso evento?
A   che  pugna  in  quei campi
L' Italia gioventude? O  numi, o numi:
Pugnan  per  altra  terra  itali  acciari.
Oh  misero   colui  che  in  guerra  è  spento,
Non per  li  patrii lidi  e  per  la pia
Consorte e i figli  cari,
Ma  da  nemici altrui
Per  altra  gente, e  non  può  dir  morendo:
Alma  terra  natia,
La  vita  che  mi  desti  ecco  ti rendo.

Oh  venturose  e  care e  benedette
L'antiche  età,  che  a  morte
Per  la  patria  correan  le  genti  a  squadre;
E  voi  sempre  onorate  e  gloriose,
O  tessaliche  strette,
Dove  la  Persia  e il fato assai  men  forte
Fu  di  poch'alme  franche  e  generose!
Io  credo  che  le  piante  e i sassi  e  l'onda
E  le  montagne  vostre  al  passeggere
Con  indistinta  voce
Narrin  siccome  tutta  quella  sponda
Coprir  le  invitte  schiere
De'  corpi  ch'alla  Grecia eran devoti.
Allor  , vile  e  feroce,
Serse  per  l' Ellesponto  si  fuggia,
Fatto  ludibrio  agli  ultimi  nepoti;
E  sul  colle  d 'Antela , ove  morendo
Si sottrasse  da  morte  il  santo  stuolo,
Simonide  salia,
Guardando  l'etra e  la  marina  e  il  suolo.

E  di  lacrime  sparso  ambe  le  guance,
E  il petto  ansante, e  vacillante  il piede,
Toglieasi  in man  la  lira:
Beatissimi  voi,
Ch'offriste il petto  alle  nemiche  lance
Per  amor di  costei  ch'al Sol  vi  diede;
Voi  che  la Grecia cole, e  il mondo  ammira.
Nell'armi  e  ne'  perigli
Qual  tanto  amor  le  giovinette  menti,
Qual  nell'acerbo  fato amor vi  trasse?
Come  sì lieta  , o figli,
L'ora  estrema  vi  parve  ,onde ridenti
Correste  al  passo  lacrimoso e duro?
Parea  ch'a   danza e  non  a  morte  andasse
Ciascun de'  vostri  ,o  a  splendido  convito:
Ma  v 'attendea  lo scuro
Tartaro  , e  l'onda  morta,
Né  le  spose vi  foro  o figli  accanto
Quando  su  l'aspro  lito
Senza  baci morire  e senza  pianto.

Ma  non  senza  de' Persi  orrida  pena
Ed  immortale  angoscia.
Come  lion  di  tori  entro  una  mandra
Or salta  a  quello  in tergo  e sì gli scava
Con  le  zanne  la  schiena,
Or  questo  fianco  addenta or  quella  coscia;
Tal  fra  le Perse  torme  infuriava
L'ira  de'  greci  petti  e  la  virtute.
Ve'  cavalli  supini e  cavalieri ;
Vedi  intralciare  ai vinti
La  fuga    i carri  e  le  tende  cadute,
E  correr  fra'  primieri
Pallido  e  scapigliato  esso  tiranno;
Ve' come infusi  e  tinti
Del  barbarico sangue  i greci  eroi ,
Cagione ai Persi  d'infinito affanno,
A   poco  a  poco  vinti  dalle piaghe,
L'un  sopra  l'altro  cade . Oh  viva , oh  viva:
Beatissimi  voi
Mentre  nel  mondo si  favelli o scriva.

Prima  divelte , in  mar  precipitando,
Spente  nell'imo  strideran  le stelle,
Che  la  memoria  e il  vostro
Amor  trascorra  o scemi.
La   vostra  tomba  è  un'ara; e  qua  mostrando
Verran  le  madri  ai  parvoli  le belle
Orme  del  vostro  sangue . Ecco io mi prostro,
O  benedetti  , al suolo,
E  bacio  questi  sassi e queste  zolle,
Che  fien  lodate  e  chiare eternamente
Dall'uno  all'altro polo.
Deh  foss'io  pur  con  voi  qui  sotto,  e  molle
Fosse  del  sangue  mio  quest'alma terra.
Che  se  il  fato è  diverso , e  non  consente
Ch'io  per  la  Grecia  i  moribondi lumi
Chiuda  prostrato  in guerra,
Così  la  vereconda
Fama   del  vostro  vate  appo  i  futuri
Possa , volendo  i numi,
Tanto  durar quanto  la  vostra  duri.

RICORRENZE: 4 NOVEMBRE , GIORNATA DELLA VITTORIA di Pina Maria Speranza

4---11---2019

MILITE  IGNOTO   di   Pasquale  Ruocco

  
Non  sappiamo  il tuo  volto , o Sconosciuto,
non  il  tuo  rude  nome di soldato,

ma  è  il nome  inciso  in  tutti  i monumenti,
e che  risuona  in tutte  le  fanfare ;
hai  la  tua  casa  in ogni  casolare;
ed   appartieni  a  tutti  i reggimenti.

Sente  ogni  madre  il  suono  della  voce
noto  al  suo  cuore ; eppure tu sei  muto,
e  là, nel  campo dove sei  caduto,
tutte  le  croci  sono la tua  croce.

Da  quelle  tombe  un  monito  e  un  saluto,
con  severo silenzio tu ci  porti;
e  tutti  cuori  dei  fratelli  morti
son  chiusi nel  tuo  cuore  o Sconosciuto!

Un pensiero ed un grazie  a tutti coloro che  nel passato   remoto, e in quello più recente, hanno dato la loro vita, affinché noi potessimo vivere in una  Italia  di pace , dove il valore della vita , la dignità, i diritti  civili, sono la garanzia di ciascuno  cittadino. Un popolo , quello italiano, unito da un tricolore, in una sola patria.