11---11-2019
Il sole , si alzava all'orizzonte, era l'alba, di un nuovo giorno, bello,caldo, giorno, di agosto, il mare , cheto sembrava , uno scrigno ricco d'oro e di gemme preziose, che splendevano al sole.
Mustafà, sdraiato , sul muricciolo del piccolo porto di pescatori, aprì un occhio giallo, e poi l'altro, si alzò e si stirò sulle sue quattro zampe , alto e snello . Aveva dormito proprio bene, e la notte fresca ed odorosa di mare , aveva conciliato il sonno . Lui , Mustafà, un bel gatto soriano, alto snello , dalla testa grande e triangolare , con orecchie piccole, lunghi e grandi baffi, neri, ed occhi grandi e gialli. Era un bellissimo felino , degno di tale nome. Viveva tranquillo , in quel piccolo villaggio di pescatori,mentre a ridosso si estendeva, la grande città. Aveva, una famiglia simpaticissima, il padre era pescatore, giovane e coraggioso, la madre, era una giovane e bella ragazza meridionale, dagli occhi neri , e dallo sguardo dolce, e i due bambini, Carla, ed Andrea, due piccoli di 6 e 4 anni, rispettivamente; tanto dolci e tanto buoni, che amavano Mustafà,e con il quale condividevano tanti giochi, e tante ore di quelle stupende giornate estive.
Mustafà, attendeva, con pazienza l'arrivo dei pescatori all'alba, così, poteva ottenere, da loro, qualche sardina fresca appena pescata , che certo rappresentava una ghiotta colazione.
Ritto, seduto sulle sue zampe posteriori, con la coda attorcigliata tutta attorno, stava attento, all'arrivo delle barche, che già si profilavano all'orizzonte; quando, la sua attenzione fu distolta , da un :"miao!", molto dolce di gattina, che veniva da dietro le sue spalle .
Si volse, e giù in basso , sulla strada, vide una bella gattina , dagli stupendi occhi azzurri, e dal pelo lungo e bianchissimo, con una grande coda,mentre un bel fiocco di nastro rosa, fermava al collo due piccole campanelle. Era un tipino, quella micetta, che certo non abitava , da quelle parti, dato che Mustafà conosceva tutti i gatti del quartiere. E poi era troppo chic, emanava un delizioso profumo come quello che mettono le donne.
La gattina,non era sola , accanto a lei stava,una bambina, dai ricci d'oro e dagli occhi di un azzurro , che si confondeva , con quell'immenso azzurro di cielo e di mare.
Mustafà, scese dal muricciolo, e si avvicinò alla sconosciuta, cercò di annusarla, ma essa , indietreggiò timorosa , davanti ad un tale esemplare di felino. Passato il primo momento, superati i timori , i due gattini si annusarono, e dopo si scambiarono le prime impressioni. Mustafà, si presentò , e lei le disse di chiamarsi :"Kitty" e che si trovava là con la sua padroncina, per una passeggiata , in quanto i genitori della bambina erano venuti , per comprare del pesce fresco, e così attendevano, l'arrivo dei pescatori.
Mustafà, accanto a Kitty si sentiva perso, le zampe li tremavano, ed il cuore batteva troppo forte. Il suo sguardo era languido, mentre , Kitty, da gattina perbene, faceva l'indifferente; non voleva , che si parlasse di lei come di una gattina facile, e languisse per il primo sconosciuto, che incontrava.
Ma in cuore suo , aveva trovato Mustafà, molto bello. Arrivarono, i pescatori, ed i genitori della bella bimba, comprato il pesce andarono via, portando con se Kitty.
Così ,Mustafà , si trovò solo in mezzo alla strada,mentre la macchina con la sua gattina si allontanava. Diventò triste,e per tutta la giornata , non mangiò , e non giocò con Carla e Andrea.
I giorni trascorrevano e Mustafà era triste , nessuno sapeva spiegarsi il perché, neppure i suoi amici gatti, e nel piccolo villaggio di pescatori, di bei gatti c'è n' erano molti.
E tutti erano amici, ed erano uniti nei loro giochi, e nel loro andare per il villaggio. C'era ,una gattina ,molto bella ,tutta bianca , con chiazze grigie, che si chiamava: Sissi e che faceva gli occhi dolci a Mustafà.
Così non sapendo , del perché, della tristezza e dell'isolamento di Mustafà, tutti incominciarono a mormorare. Si pensò, che Mustafà, fosse malato,oppure che una strega cattiva,lo teneva sotto i suoi malefici incantesimi. Poi, un giorno, Mustafà, non si vide più, con grande stupore di tutti. Passarono i giorni, e tutti dimenticarono ; la vita continuò nel villaggio, l'estate , ormai si era inoltrata, e solo le serate mitigate dalla brezza marina,portavano un po' di ristoro. E la sera, sul muricciolo del piccolo porto, sostavano i gatti, e godendo di quel fresco, si raccontavano, le gioie, ed i dolori del giorno appena trascorso.
Mustafà, con il cuore illanguidito dal fuggevole incontro con Kitty, era andato alla ricerca, della sua bella persiana. Fuori dal piccolo borgo,di pescatori, la vita era proprio un'avventura.
C'erano, le macchine, il traffico violento e caotico del lungo mare, della grande città, che viveva a ridosso del piccolo villaggio. C'erano gli uomini, indifferenti o nemici , da evitare; c'erano i cani, quei grandi nemici da sempre, e la fame , si faceva sentire.
Ma, spinto, dal suo grande amore, Mustafà, sfidò tutti i pericoli, e miracolosamente scampò molte volte alla morte. Finché giunse, in un grande quartiere , della città, fatto di tanti palazzi enormi,ma lussuosi. Mustfà, era fortemente dimagrito, per la vita randagia che da molti giorni conduceva, e per la sua grande ansia di amore, stanco, e con i morsi della fame, ed il caldo che l'opprimeva, si coricò a ridosso di un muretto, a terra. Quando la sua attenzione, si concentrò, verso una bambina,che usciva dal portone , di uno di quei palazzi. La bambina con i riccioli d'oro, portava in braccio una gattina persiana, bianca, con un fiocco rosa al collo, era Kitty! Mustafà, la riconobbe , e disperato, si alzò e gli corse incontro. Miagolò, chiamò Kitty. Anche Kitty udì la voce di Mustafà, ma quando lo vide , stentò a riconoscerlo, tanto era ridotto male. Kitty, pensava sempre a quell'incontro, di un tempo non tanto lontano. Volle scendere a terra, e si avvicinò esitando , a Mustafà, lui , con gli occhi lucidi e dolci, guardava il suo amore ; lei , incominciò ad annusarlo, e con dolcezza, lo baciò sul musetto.
Oh! che dolcezza!
Pareva a Mustafà, di vivere un sogno; forse stava per morire, e così in sogno gli veniva la sua Kitty. Ma, due braccia robuste di uomo,lo presero in braccio, e lo portarono in una casa lussuosa , e lui , disperato voleva solo la sua Kitty, ma era così privo di forze che non riusciva neppure a ribellarsi. Delle braccia robuste, lo lavarono, lo asciugarono, e lo posero su un cuscino, mentre gli offrirono una ciotola , con del latte, ed una ricca di pesce, riso,e carne. Ristorato, Mustafà, si addormentò e dopo tanto tempo , quando si svegliò, trovò due grandi occhi azzurri, immersi , in un viso fatto di peli bianchi e morbidi, e coronati da un fiocco rosa, che stavano, li dolci e trepidi a vegliare su di lui.
Mustafà, aveva raggiunto il suo amore,e veniva accolto , nella nuova casa con una nuova famiglia, quella di Kitty; Kitty e Mustafà, vivevano felici, ed un giorno, Kitty,mise al modo quattro bei gattini, due assomigliavano alla mamma e due al padre.
Mustafà, era fiero di essere padre e trepidante, stava attento perché i suoi piccoli crescessero sani e bene.
Il mio pensiero va a tutti i bimbi che nel mondo vivono ,nei campi profughi; questa mia fiaba vuole essere un regalo per loro, con l'augurio che per loro tutti possa esserci un futuro , fuori dai tristi campi, dove sono stati accolti con le loro famiglie.
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lunedì 11 novembre 2019
sabato 9 novembre 2019
L'ESALTAZIONE DELLA CROCE:
9--11--2019
Mi abbandono o Dio ,nelle tue mani. Gira e rigira quest'argilla , come creta nelle mani del vasaio. Dalle una forma e poi spezzala, se vuoi. Domanda ,ordina , cosa vuoi che io faccia? Innalzato, umiliato, perseguitato, incompreso, calunniato, sconsolato, sofferente, inutile a tutto , non mi resta che dire , sull'esempio di tua Madre:" Sia fatto di me secondo la tua Parola".
Dammi l'amore per eccellenza, l'amore della Croce, ma non delle croci eroiche che potrebbero nutrire l'amor proprio, ma di quelle croci volgari , che purtroppo porto con ripugnanza , di quelle che si incontrano ogni giorno nella contraddizione, nell'insuccesso, nei falsi giudizi , nella freddezza , nel rifiuto e nel disprezzo degli altri, nel malessere e nei difetti del corpo , nelle tenebre della mente e nel silenzio e aridità del cuore.
Allora solamente Tu saprai che Ti amo, anche non lo saprò io , ma questo mi basta. Amen
Mi abbandono o Dio ,nelle tue mani. Gira e rigira quest'argilla , come creta nelle mani del vasaio. Dalle una forma e poi spezzala, se vuoi. Domanda ,ordina , cosa vuoi che io faccia? Innalzato, umiliato, perseguitato, incompreso, calunniato, sconsolato, sofferente, inutile a tutto , non mi resta che dire , sull'esempio di tua Madre:" Sia fatto di me secondo la tua Parola".
Dammi l'amore per eccellenza, l'amore della Croce, ma non delle croci eroiche che potrebbero nutrire l'amor proprio, ma di quelle croci volgari , che purtroppo porto con ripugnanza , di quelle che si incontrano ogni giorno nella contraddizione, nell'insuccesso, nei falsi giudizi , nella freddezza , nel rifiuto e nel disprezzo degli altri, nel malessere e nei difetti del corpo , nelle tenebre della mente e nel silenzio e aridità del cuore.
Allora solamente Tu saprai che Ti amo, anche non lo saprò io , ma questo mi basta. Amen
mercoledì 6 novembre 2019
FAVOLE JEAN DE LA FONTAINE
6--11--2019
La montagna che partorisce
Una Montagna presso a partorire
di tali strida l'aria riempiva
che la gente , che udiva da lontano,
diceva:-Il fantolino
una città sarà come Milano--
E nacque in quella vece un topolino.
Pensando a questa favola
così falsa di fuori e vera in fondo,
mi raffiguro certi poetonzoli
che prometton cantare il finimondo
e Giove e il tuono e i fulmini e i Titani.
E d'una cosa sì straordinaria
non ti resta allo stringer delle mani....
che cosa?--un poco d'aria.
La fortuna e il ragazzo
Tornando dalla scuola un ragazzino,
si pose a sonnecchiar soavemente
sopra l'orlo d'un pozzo assai profondo.
Ogni cosa ai ragazzi è un buon cuscino.
Se un vecchio fosse stato sì imprudente,
o un padre di famiglia,scommetto che sarìa cascato in fondo.
Fortuna volle che la dea Fortuna
passasse a lui vicino,
e assai cortesemente lo svegliò.
--Mio caro, --disse ,--ascolta,
non esser sì imprudente un'altra volta,
perché sempre vicina non sarò.
Se tu cadi la colpa mia non è,
ma la gente la piglia poi con me--.
Avea ragion da vendere
la buona dea volubile,
che al mondo d'ogni male
è fatta responsabile.
Sempre gli sciocchi pensano
di scaricar la colpa dei malanni,
tirando la Fortuna per i panni.
Sia l'uomo dritto o storto,
sempre Fortuna ha il torto.
La montagna che partorisce
Una Montagna presso a partorire
di tali strida l'aria riempiva
che la gente , che udiva da lontano,
diceva:-Il fantolino
una città sarà come Milano--
E nacque in quella vece un topolino.
Pensando a questa favola
così falsa di fuori e vera in fondo,
mi raffiguro certi poetonzoli
che prometton cantare il finimondo
e Giove e il tuono e i fulmini e i Titani.
E d'una cosa sì straordinaria
non ti resta allo stringer delle mani....
che cosa?--un poco d'aria.
La fortuna e il ragazzo
Tornando dalla scuola un ragazzino,
si pose a sonnecchiar soavemente
sopra l'orlo d'un pozzo assai profondo.
Ogni cosa ai ragazzi è un buon cuscino.
Se un vecchio fosse stato sì imprudente,
o un padre di famiglia,scommetto che sarìa cascato in fondo.
Fortuna volle che la dea Fortuna
passasse a lui vicino,
e assai cortesemente lo svegliò.
--Mio caro, --disse ,--ascolta,
non esser sì imprudente un'altra volta,
perché sempre vicina non sarò.
Se tu cadi la colpa mia non è,
ma la gente la piglia poi con me--.
Avea ragion da vendere
la buona dea volubile,
che al mondo d'ogni male
è fatta responsabile.
Sempre gli sciocchi pensano
di scaricar la colpa dei malanni,
tirando la Fortuna per i panni.
Sia l'uomo dritto o storto,
sempre Fortuna ha il torto.
NOI ABBIAMO TUTTO IN CRISTO SANT'AMBROGIO
6--11--2019
Se tu ardi per la febbre, Egli è la Sorgente che rinfranca;
Se tu sei oppresso per le tue colpe, Egli è la liberazione;
Se tu hai bisogno d'aiuto, Egli è la Forza;
Se tu hai paura della morte, Egli è la Vita;
Se tu desideri il cielo, Egli è la Via;
Se tu fuggi le tenebre, Egli è la Luce;
Se tu hai bisogno di nutrimento, Egli è l'Alimento.
Se tu ardi per la febbre, Egli è la Sorgente che rinfranca;
Se tu sei oppresso per le tue colpe, Egli è la liberazione;
Se tu hai bisogno d'aiuto, Egli è la Forza;
Se tu hai paura della morte, Egli è la Vita;
Se tu desideri il cielo, Egli è la Via;
Se tu fuggi le tenebre, Egli è la Luce;
Se tu hai bisogno di nutrimento, Egli è l'Alimento.
martedì 5 novembre 2019
ORTODOSSIA " UNA ECCLESIOLOGIA DI COMUNIONE" di: p. Denis Guillaume 2°
5--11--2019
Nell'articolo precedente abbiamo visto che l'Ortodossia si poteva definire come "vera fede", che la vera fede era quella degli Apostoli e dei primi sette concili ecumenici tenutisi in Oriente, una fede comune ai Romani e ai Bizantini, i quali insieme si sono ritenuti sia "cattolici" che "ortodossi". E le cose andarono bene, più o meno , per otto secoli, fino all'incoronazione di Carlomagno a Roma come imperatore d'Occidente e all'introduzione del Filioque nel Credo romano. La prima diede ai Bizantini la sensazione che venisse infranta l'unità dell'impero dei Romani, sopravvissuto a Costantinopoli. La seconda venne considerata come una rottura nell'espressione comune della fede. Finora le eresie maggiori erano sorte in Oriente ed era toccano a Bisanzio il ruolo di difendere l'ortodossia della fede, insieme a Roma. Ormai la Chiesa di Costantinopoli dovrà da sola tenere la fiaccola dell'Ortodossia , mentre quella di Roma , con l'aspirazione a una egemonia universale , accentuerà la sua connotazione di Chiesa cattolica.
Presto, i romani non verranno più considerati dai Bizantini come ortodossi, ma come eretici, e non saranno più chiamati nemmeno cattolici, ma semplicemente "Latini" o "Franchi", cioè barbari occidentali (soprattutto dopo il saccheggio di Costantinopoli, nel 1204, a opera della 4° crociata). Nello stesso tempo , i Bizantini saranno considerati dai Romani come scismatici o dissidenti, le loro Chiese verranno oltraggiate come comunità separate, opposte all'universalità del Pontefice romano; e la parola "ortodossia", diventerà , in bocca occidentale , spregiativa, restrittiva, l'equivalente di cristianesimo rivale, orientale.
Nel secondo millennio , la Chiesa di Roma, separata dall'Oriente, sviluppa una ecclesiologia diversa da quella tradizionale, trasformando la propria struttura ecclesiale sul modello della società feudale . Ne risulta quello che chiamiamo la "piramide". Infatti , nel sacro impero romano--germanico, troviamo al vertice l'imperatore, poi vengono re, principi, duchi , marchesi; scendendo ancora si trovano conti , visconti , baroni e signori; e, sotto i signori , finalmente il popolo, alla base della piramide. Nello stesso modo la piramide dell'ecclesiologia romana al cui apice vi è posto il sommo pontefice; poi troviamo i cardinali, arcivescovi e vescovi; dai vescovi dipendono parroci e sacerdoti e da questi ultimi dipende la massa dei fedeli. Gli stessi rapporti che reggono il mondo feudale, tra sovrani e vassalli, regola man mano le relazioni tra la gerarchia e il popolo di Dio, fatte di giurisdizione e di sottomissione. Il risultato è che la Chiesa viene spesso identificata con la sola gerarchia , ed escluso il popolo.
Nel cristianesimo orientale si è conservata invece una ecclesiologia di "comunione". Non è "piramidale" , verticale , ma orizzontale, costituita di cerchi, come si vedono al microscopio le cellule di un corpo vivente legate fra di loro con il flusso dei vasi sanguigni e dai nervi. Così come al centro della cellula troviamo il nucleo , così il vescovo sta al centro della vita ecclesiale: attorno a lui si forma la sinassi della preghiera pubblica, che culmina a nell'eucarestia. Fra due o più diocesi vicine si stabilisce un rapporto di comunione a livello dei vescovi, e così i fedeli di una diocesi sono in comunione con i fedeli della diocesi vicina tramite il loro vescovo. In una stessa regione o nazione , tra i vari vescovi , uno di loro assume un ruolo primaziale , divenendo il fratello maggiore: sono gli arcivescovi , metropoliti o patriarchi. Al più alto livello , c'è la comunione tra i patriarchi o gli altri capi delle Chiese autonome, comunione che si concretizza con i "dittici", cioè con la preghiera reciproca alla fine dell'anafora(canone eucaristico) e con le visite fraterne che si fanno vicendevolmente per mantenere tra di loro il bene dell'unità. In quella ecclesiologia di comunione ci sarebbe posto , dal punto di vista ortodosso , anche per il papa di Roma, se si accontentasse del suo ruolo primaziale, senza voler imporre la sua giurisdizione su i fedeli delle Chiese.
Nei monasteri benedettini la struttura monastica corrisponde tuttora a quella ecclesiologia di comunione, conservata dall'Ortodossia nel cristianesimo orientale. Ogni comunità , con l'abate o il priore che si è scelto, costituisce una piccola Chiesa. Due o più monasteri vicini, nella stessa regione o nazione , fanno una congregazione , e gli abati o priori eleggono tra di loro un abate presidente, al quale si può fare ricorso quando sorge una difficoltà all'interno del monastero. Poi le diverse congregazioni nazionali o regionali estendono la loro comunione , formando la confederazione benedettina, e gli abati o priori conventuali eleggono l'abate primate. Per esercitare il ruolo primaziale, potrebbe anche rimanere nel suo monastero , come abate di una vera comunità. Se risiede a Roma, sacrificando così il carisma per il quale è stato eletto abate dai propri monaci, è per difendere meglio , presso la Curia romana ,i diritti dell'Ordine monastico: è piuttosto un procuratore, che fa da legame tra i singoli monasteri e il papa, e non il braccio del pontefice sulla confederazione benedettina; non è un generale d'ordine nè un gran maestro.
Invece gli ordini religiosi sorti dal duecento in poi hanno adottato quella struttura piramidale della Chiesa d'Occidente: dal gran maestro o dal generale dipendono i superiori provinciali; da questi a loro volta i rettori locali; dai rettori , infine ,i religiosi; e tutto l'Ordine è al servizio del Papa. Di solito , eccetto per le clarisse, non costituiscono cellule ecclesiali sotto un bastone abbaziale, ma sono esenti dalla giurisdizione del vescovo locale, come l'esercito di una nazione dipende direttamente dal potere centrale e non dai governatori di provincia.
Finché quella struttura piramidale rimaneva a uso interno della Chiesa romana , gli Ortodossi non avrebbero trovato nulla da ridire, eccetto per il fastidio che davano loro i frati insediatesi in Terra Santa e sul territorio delle loro Chiese apostoliche. Ma le difficoltà maggiori sorsero quando la Chiesa romana , che dopo secoli di separazione dall'Occidente si era persuasa di essere da sola la Chiesa universale, cercò di imporre la sua ecclesiologia piramidale alle Chiese autocefali di Costantinopoli,, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, che non avevano mai conosciuto, dal tempo degli Apostoli, altra ecclesiologia che quella di comunione.
Nell'articolo precedente abbiamo visto che l'Ortodossia si poteva definire come "vera fede", che la vera fede era quella degli Apostoli e dei primi sette concili ecumenici tenutisi in Oriente, una fede comune ai Romani e ai Bizantini, i quali insieme si sono ritenuti sia "cattolici" che "ortodossi". E le cose andarono bene, più o meno , per otto secoli, fino all'incoronazione di Carlomagno a Roma come imperatore d'Occidente e all'introduzione del Filioque nel Credo romano. La prima diede ai Bizantini la sensazione che venisse infranta l'unità dell'impero dei Romani, sopravvissuto a Costantinopoli. La seconda venne considerata come una rottura nell'espressione comune della fede. Finora le eresie maggiori erano sorte in Oriente ed era toccano a Bisanzio il ruolo di difendere l'ortodossia della fede, insieme a Roma. Ormai la Chiesa di Costantinopoli dovrà da sola tenere la fiaccola dell'Ortodossia , mentre quella di Roma , con l'aspirazione a una egemonia universale , accentuerà la sua connotazione di Chiesa cattolica.
Presto, i romani non verranno più considerati dai Bizantini come ortodossi, ma come eretici, e non saranno più chiamati nemmeno cattolici, ma semplicemente "Latini" o "Franchi", cioè barbari occidentali (soprattutto dopo il saccheggio di Costantinopoli, nel 1204, a opera della 4° crociata). Nello stesso tempo , i Bizantini saranno considerati dai Romani come scismatici o dissidenti, le loro Chiese verranno oltraggiate come comunità separate, opposte all'universalità del Pontefice romano; e la parola "ortodossia", diventerà , in bocca occidentale , spregiativa, restrittiva, l'equivalente di cristianesimo rivale, orientale.
Nel secondo millennio , la Chiesa di Roma, separata dall'Oriente, sviluppa una ecclesiologia diversa da quella tradizionale, trasformando la propria struttura ecclesiale sul modello della società feudale . Ne risulta quello che chiamiamo la "piramide". Infatti , nel sacro impero romano--germanico, troviamo al vertice l'imperatore, poi vengono re, principi, duchi , marchesi; scendendo ancora si trovano conti , visconti , baroni e signori; e, sotto i signori , finalmente il popolo, alla base della piramide. Nello stesso modo la piramide dell'ecclesiologia romana al cui apice vi è posto il sommo pontefice; poi troviamo i cardinali, arcivescovi e vescovi; dai vescovi dipendono parroci e sacerdoti e da questi ultimi dipende la massa dei fedeli. Gli stessi rapporti che reggono il mondo feudale, tra sovrani e vassalli, regola man mano le relazioni tra la gerarchia e il popolo di Dio, fatte di giurisdizione e di sottomissione. Il risultato è che la Chiesa viene spesso identificata con la sola gerarchia , ed escluso il popolo.
Nel cristianesimo orientale si è conservata invece una ecclesiologia di "comunione". Non è "piramidale" , verticale , ma orizzontale, costituita di cerchi, come si vedono al microscopio le cellule di un corpo vivente legate fra di loro con il flusso dei vasi sanguigni e dai nervi. Così come al centro della cellula troviamo il nucleo , così il vescovo sta al centro della vita ecclesiale: attorno a lui si forma la sinassi della preghiera pubblica, che culmina a nell'eucarestia. Fra due o più diocesi vicine si stabilisce un rapporto di comunione a livello dei vescovi, e così i fedeli di una diocesi sono in comunione con i fedeli della diocesi vicina tramite il loro vescovo. In una stessa regione o nazione , tra i vari vescovi , uno di loro assume un ruolo primaziale , divenendo il fratello maggiore: sono gli arcivescovi , metropoliti o patriarchi. Al più alto livello , c'è la comunione tra i patriarchi o gli altri capi delle Chiese autonome, comunione che si concretizza con i "dittici", cioè con la preghiera reciproca alla fine dell'anafora(canone eucaristico) e con le visite fraterne che si fanno vicendevolmente per mantenere tra di loro il bene dell'unità. In quella ecclesiologia di comunione ci sarebbe posto , dal punto di vista ortodosso , anche per il papa di Roma, se si accontentasse del suo ruolo primaziale, senza voler imporre la sua giurisdizione su i fedeli delle Chiese.
Nei monasteri benedettini la struttura monastica corrisponde tuttora a quella ecclesiologia di comunione, conservata dall'Ortodossia nel cristianesimo orientale. Ogni comunità , con l'abate o il priore che si è scelto, costituisce una piccola Chiesa. Due o più monasteri vicini, nella stessa regione o nazione , fanno una congregazione , e gli abati o priori eleggono tra di loro un abate presidente, al quale si può fare ricorso quando sorge una difficoltà all'interno del monastero. Poi le diverse congregazioni nazionali o regionali estendono la loro comunione , formando la confederazione benedettina, e gli abati o priori conventuali eleggono l'abate primate. Per esercitare il ruolo primaziale, potrebbe anche rimanere nel suo monastero , come abate di una vera comunità. Se risiede a Roma, sacrificando così il carisma per il quale è stato eletto abate dai propri monaci, è per difendere meglio , presso la Curia romana ,i diritti dell'Ordine monastico: è piuttosto un procuratore, che fa da legame tra i singoli monasteri e il papa, e non il braccio del pontefice sulla confederazione benedettina; non è un generale d'ordine nè un gran maestro.
Invece gli ordini religiosi sorti dal duecento in poi hanno adottato quella struttura piramidale della Chiesa d'Occidente: dal gran maestro o dal generale dipendono i superiori provinciali; da questi a loro volta i rettori locali; dai rettori , infine ,i religiosi; e tutto l'Ordine è al servizio del Papa. Di solito , eccetto per le clarisse, non costituiscono cellule ecclesiali sotto un bastone abbaziale, ma sono esenti dalla giurisdizione del vescovo locale, come l'esercito di una nazione dipende direttamente dal potere centrale e non dai governatori di provincia.
Finché quella struttura piramidale rimaneva a uso interno della Chiesa romana , gli Ortodossi non avrebbero trovato nulla da ridire, eccetto per il fastidio che davano loro i frati insediatesi in Terra Santa e sul territorio delle loro Chiese apostoliche. Ma le difficoltà maggiori sorsero quando la Chiesa romana , che dopo secoli di separazione dall'Occidente si era persuasa di essere da sola la Chiesa universale, cercò di imporre la sua ecclesiologia piramidale alle Chiese autocefali di Costantinopoli,, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, che non avevano mai conosciuto, dal tempo degli Apostoli, altra ecclesiologia che quella di comunione.
lunedì 4 novembre 2019
CANTI di: Giacomo Leopardi
4--11---2019
ALL'ITALIA
O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond' eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite ,
Che lividor , che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia ;
Si che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia , e piange.
Piani , che ben hai donde , Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna ,or sei poverella ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che , rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica : già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi , qua l'armi : io solo
Combatterò , procomberò sol io .
Dammi , o ciel, che sia foco
Agl' italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia , attendi . Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve , e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L' Italia gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprir le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor , vile e feroce,
Serse per l' Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d 'Antela , ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovinette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta , o figli,
L'ora estrema vi parve ,onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri ,o a splendido convito:
Ma v 'attendea lo scuro
Tartaro , e l'onda morta,
Né le spose vi foro o figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci morire e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri ;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi ,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade . Oh viva , oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte , in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue . Ecco io mi prostro,
O benedetti , al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso , e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa , volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
ALL'ITALIA
O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond' eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite ,
Che lividor , che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia ;
Si che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia , e piange.
Piani , che ben hai donde , Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna ,or sei poverella ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che , rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica : già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi , qua l'armi : io solo
Combatterò , procomberò sol io .
Dammi , o ciel, che sia foco
Agl' italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia , attendi . Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve , e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L' Italia gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprir le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor , vile e feroce,
Serse per l' Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d 'Antela , ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovinette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta , o figli,
L'ora estrema vi parve ,onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri ,o a splendido convito:
Ma v 'attendea lo scuro
Tartaro , e l'onda morta,
Né le spose vi foro o figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci morire e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri ;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi ,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade . Oh viva , oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte , in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue . Ecco io mi prostro,
O benedetti , al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso , e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa , volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
RICORRENZE: 4 NOVEMBRE , GIORNATA DELLA VITTORIA di Pina Maria Speranza
4---11---2019
MILITE IGNOTO di Pasquale Ruocco
Non sappiamo il tuo volto , o Sconosciuto,
non il tuo rude nome di soldato,
ma è il nome inciso in tutti i monumenti,
e che risuona in tutte le fanfare ;
hai la tua casa in ogni casolare;
ed appartieni a tutti i reggimenti.
Sente ogni madre il suono della voce
noto al suo cuore ; eppure tu sei muto,
e là, nel campo dove sei caduto,
tutte le croci sono la tua croce.
Da quelle tombe un monito e un saluto,
con severo silenzio tu ci porti;
e tutti cuori dei fratelli morti
son chiusi nel tuo cuore o Sconosciuto!
Un pensiero ed un grazie a tutti coloro che nel passato remoto, e in quello più recente, hanno dato la loro vita, affinché noi potessimo vivere in una Italia di pace , dove il valore della vita , la dignità, i diritti civili, sono la garanzia di ciascuno cittadino. Un popolo , quello italiano, unito da un tricolore, in una sola patria.
MILITE IGNOTO di Pasquale Ruocco
Non sappiamo il tuo volto , o Sconosciuto,
non il tuo rude nome di soldato,
ma è il nome inciso in tutti i monumenti,
e che risuona in tutte le fanfare ;
hai la tua casa in ogni casolare;
ed appartieni a tutti i reggimenti.
Sente ogni madre il suono della voce
noto al suo cuore ; eppure tu sei muto,
e là, nel campo dove sei caduto,
tutte le croci sono la tua croce.
Da quelle tombe un monito e un saluto,
con severo silenzio tu ci porti;
e tutti cuori dei fratelli morti
son chiusi nel tuo cuore o Sconosciuto!
Un pensiero ed un grazie a tutti coloro che nel passato remoto, e in quello più recente, hanno dato la loro vita, affinché noi potessimo vivere in una Italia di pace , dove il valore della vita , la dignità, i diritti civili, sono la garanzia di ciascuno cittadino. Un popolo , quello italiano, unito da un tricolore, in una sola patria.
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