15--11--2024
Ultimo canto di Saffo
Placida notte , e verecondo raggio
Della cadente luna ; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe ,
Nunzio del giorno ; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato ,
Sembianze agli occhi miei , già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti .
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volse
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti , e quando il carro ,
Grave carro di Giove a noi sul capo ,
Tonando , il tenebroso aere divide .
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti , o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Bello il tuo manto , o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra . Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno . A' tuoi superbi regni
Vile, o natura , e grave ospite addetta,
E dispregiata amante , alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo . A me non ride
L'approccio margo , e dall'eterea porta
Il mattutino albor ; me non il canto
De' colorati augelli , e non de' faggi
Il murmure saluta : e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno , al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual si nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina , allor che ignara
Di misfatto è la vita , onde poi scemo
Di giovinezza , e disfiorato , al fuso
Dall'indomita Parca si volesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro : i destinati eventi
Move arcano consiglio . Arcano è tutto ,
Fuor che il nostro dolor . Negletta prole
Nascemmo al pianto , e la ragione in grembo
De' celesti si posa . Oh cure , oh speme
De' più verd'anni ! Alle sembianze il Padre ,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti , e per virili imprese ,
Per dotta lira o canto ,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremmo . Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi . E tu cui lungo
Amore indarno , e lunga fede , e vano
D'implacato desio furor mi strinse ,
Vivi felice , se felce in terra
Visse nato mortal . Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove , poi che perir gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza . Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola .
Sottentra il morbo , e la vecchiezza , e l'ombra
Della gelida morte . Ecco di tante
Speranze palme e dilettose errori ,
Il Tartaro m'avanza ; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'altra notte, e la silente riva.
= Fu composta a Recanati nel maggio 1822, fu pubblicata nell'edizione bolognese delle Canzone del 1824.
Attraverso la figura di Saffo , poetessa greca del 7° --6° sec. a.C. ,ma leggendariamente interpretata, la Canzone "intende di rappresentare l'infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo , posto in un corpo brutto e giovane .
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