26-4-2019
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
dal ciel in terra a miracol mostrare,
Mostrasi si piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
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venerdì 26 aprile 2019
giovedì 25 aprile 2019
Da :Canzoniere di Petrarca CXXV|
25-4-2019
Chiare fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque,
con sospir mi rimembra,
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro sereno
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienzia insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S'egli è pur mio destino,
e'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lacrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra
e torni l'alma al proprio albergo ignuda;
la morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo,
chè' lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
ne' in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta
e là' 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; ed o pieta!
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'ispiri
in guisa che sospiri
si dolcemente che mercè m'impetre,
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scenda,
dolce ne la memoria,
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo,
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le trecce bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel di a vederle;
qual si posava in terra e qual su l'onde,
qual con un vago errore
girando parea dir:" Qui regna Amor".
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
"Costei per fermo nacque in paradiso!"
Così carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, e si diviso
da l'imagine vera ,
ch'i' dicea sospirando:
"Qui come venn'io o quando?"
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba si ch' altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.
Chiare fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque,
con sospir mi rimembra,
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro sereno
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienzia insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S'egli è pur mio destino,
e'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lacrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra
e torni l'alma al proprio albergo ignuda;
la morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo,
chè' lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
ne' in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta
e là' 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; ed o pieta!
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'ispiri
in guisa che sospiri
si dolcemente che mercè m'impetre,
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scenda,
dolce ne la memoria,
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo,
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le trecce bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel di a vederle;
qual si posava in terra e qual su l'onde,
qual con un vago errore
girando parea dir:" Qui regna Amor".
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
"Costei per fermo nacque in paradiso!"
Così carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, e si diviso
da l'imagine vera ,
ch'i' dicea sospirando:
"Qui come venn'io o quando?"
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba si ch' altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.
mercoledì 24 aprile 2019
A Silvia di Giacomo Leopardi
24-4-2019
Silvia , rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu , lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
T u pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella . E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Ne' teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovinezza. Ahi! come,
Come passata sei ,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti , l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu , misera,cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
Silvia , rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu , lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
T u pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella . E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Ne' teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovinezza. Ahi! come,
Come passata sei ,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti , l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu , misera,cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
martedì 23 aprile 2019
ADELCHI di Alessandro Manzoni atto 4 --coro
23-4-2019
Sparsa le trecce morbide
Sull'affannoso petto,
Lenta le palme , e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto; unanime
S'innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula,
Stende l'estremo vel,
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mentre i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Fuor della vita è il termine
Del lungo tuo martir.
Tal della mesta , immobile
Era quaggiuso il fato:
Sempre un obblio di chiedere
Che le saria negato;
E al Dio de' santi ascendere,Santa del suo patir.
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Tra il canto delle vergini,
Ai supplicari altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl'irrevocati dì;
Quando ancor cara, improvida
D'un avvenir mal fido,
Ebbra spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E tra le nuore Saliche
Invidiata uscì:
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furia
De' corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir dei veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L'irto cinghiale uscir;
E la battuta polvere
Rigar di sangue, colto
Dal regio stral; la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea repente, pallida
D'amabile terror.
Oh! Mosa errante! oh! tepidi
Lavacri d'Aquisgrano!
Ove , deposta l'orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
Dell'erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor;
Tale al pensier, cui l'empia
Virtù d'amor fatica,
Discende il refrigerio
D'una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudii d'un altro amor.
Ma come il sol che reduce
L'erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L'immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli riarde al suol;
Ratto così dal tenue
Obblio torna immobile
L'amor sopito, e l'anima
Impaurita assale,
E le sviate immagini
Richiama al noto duol.
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse; orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue , e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi;
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi;
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com'era allor che improvida
D'un avvenir fallace,
Lievi pensier virginei
Solo pingea. Così.
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E, dietro il monte, imporpora
Il trepido occidente;
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
Sparsa le trecce morbide
Sull'affannoso petto,
Lenta le palme , e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto; unanime
S'innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula,
Stende l'estremo vel,
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mentre i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Fuor della vita è il termine
Del lungo tuo martir.
Tal della mesta , immobile
Era quaggiuso il fato:
Sempre un obblio di chiedere
Che le saria negato;
E al Dio de' santi ascendere,Santa del suo patir.
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Tra il canto delle vergini,
Ai supplicari altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl'irrevocati dì;
Quando ancor cara, improvida
D'un avvenir mal fido,
Ebbra spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E tra le nuore Saliche
Invidiata uscì:
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furia
De' corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir dei veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L'irto cinghiale uscir;
E la battuta polvere
Rigar di sangue, colto
Dal regio stral; la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea repente, pallida
D'amabile terror.
Oh! Mosa errante! oh! tepidi
Lavacri d'Aquisgrano!
Ove , deposta l'orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
Dell'erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor;
Tale al pensier, cui l'empia
Virtù d'amor fatica,
Discende il refrigerio
D'una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudii d'un altro amor.
Ma come il sol che reduce
L'erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L'immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli riarde al suol;
Ratto così dal tenue
Obblio torna immobile
L'amor sopito, e l'anima
Impaurita assale,
E le sviate immagini
Richiama al noto duol.
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse; orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue , e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi;
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi;
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com'era allor che improvida
D'un avvenir fallace,
Lievi pensier virginei
Solo pingea. Così.
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E, dietro il monte, imporpora
Il trepido occidente;
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
lunedì 22 aprile 2019
La pioggia nel pineto di Gabriele D' Annunzio
22-4-2019
Taci. Su le soglie
del bosco non odi
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
ne' il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancòra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirto
sivestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo vòlto ebro
è molle di pioggia
come una foglia
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terreste
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuore nel petto è come pèsca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
Taci. Su le soglie
del bosco non odi
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
ne' il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancòra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirto
sivestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo vòlto ebro
è molle di pioggia
come una foglia
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terreste
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuore nel petto è come pèsca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
sabato 20 aprile 2019
Najus e Baruc: l'AMICIZIA di Pina Maria Speranza Raciti
20-4-2019
Il sole, del crepuscolo, rosso fuoco, incendia il deserto, vasta area brulla , e silenziosa, dove le dune, sull'orizzonte infinito, danno formosità, corporatura, imprimendo una plasticità, a tutto il paesaggio. La strada si snoda, come un serpente raggomitolato su se stesso ed in movimento, nello stesso tempo. Il silenzio , viene squarciato dal rumore del motore a scoppio di un fuoristrada, tutto polveroso, che annaspa sulla sabbia ; è guidato da un uomo di mezza età, dal volto scuro, solcato da qualche piccola ruga, i capelli neri perfettamente tagliati, sono un po' sparsi di fili argentati, gli occhi neri, hanno uno sguardo molto buono. Dal vestiario, si nota che è un operaio, lavora nei pozzi petroliferi , della zona. Ha finito il suo turno di lavoro, e si appresta a ritornare a casa. Al villaggio , che dista pochi chilometri , dal suo posto di lavoro, abita con la sua famiglia composta da sua moglie e da un figlioletto di 6 anni. è già sera , quando Kamin , giunge al villaggio, luci fioche ai crocicchi illuminano la strada; giunto davanti alla porta della propria casa, si ferma , suona il clacson, prima di scendere, per avvisare la sua famiglia del suo arrivo. La porta principale , un cancelletto di ferro , si apre in un ampio cortile , tipico dei paesi orientale, le pareti imbiancate della casa limitano per tre lati , il cortile, lo rendono bianco e fresco, durante il giorno. Il cortile , è arricchito da palme per proteggono dal caldo e danno frescura la sera. La sera è il momento d'incontro, attorno al desco per tutta la famiglia, Najus è un bambino meraviglioso, bello nei tratti somatici del viso , ricorda tanto quello della mamma; è ubbidiente ed ha una saggezza che contrasta con la sua età. Molto vivace e ricco di iniziativa, è amato dai suoi compagni di gioco e di scuola. Najus, ha un amico , grande, buono ,e silenzioso, che lo segue ovunque, è un bellissimo terranova, dal lungo pelo nero, ricco di bontà, dolcezza, pazienza , amore e fedeltà al suo padroncino; si chiama Baruc. Najus, spesso si isola con Baruc, in un luogo appartato e segreto, dove al fresco delle palme e al dolce suono dell'acqua che scorre nei canali , si sdraiano, Baruc, fa da cuscino soffice e pomposo al suo padroncino, Najus, nel silenzio dell'oasi libera la sua fantasia, e con il suo amico, Baruc, compie le gesta più eroiche, e cavalleresche, che mai bambino abbia compiuto . Così , Najus e Baruc, cavalieri al servizio del savio califfo Rasch'id, vagano per monti e valli e per mari, combattendo da valorosi , contro il male , per il trionfo della giustizia. Hanno molti amici, nel mondo, bambini cinesi, giapponesi, europei e tutti amano Najus ed il suo amico, sono venuti il loro soccorso, quando si sono trovati in difficoltà.
Sono amici di Najus e di Baruc, gli animali:
Paolino, gufo, che tartaglia, dal cuore d'oro, che vive in un bosco dell'appennino tosco-emiliano, con falchi ed aquile; la capretta Peppina, dell' Himalaya, che fa il latte per un bambino pakistano, tutto ricci neri, e la tartaruga Giulietta, che vive in un giardino un po' desolato, della Sicilia, insieme a due bambini: Massimiliano e Cristina. Vi sono tanti amici anche fra le graziose violette, e le semplici margherite dei campi.
Najus ed i suoi amici parlano una sola lingua quella dell'Amore e dell'Amicizia. Sono tutti consapevoli di essere la Luce e la Speranza che illumina il mondo. Nel cuore di Najus c'è un grande sogno , potere stabilire una lunga catena di : amore , amicizia, solidarietà, con tutti i bambini del mondo.
Tempo fa', ho scritto delle fiabe, che non ho mai reso pubbliche, in occasione , di questa Santa Pasqua, volendo porgere i miei auguri pasquali a tutti i bambini ed in modo particolare a quelli che vivono in assoluta indecenza fisica e morale, ho scelto questa fiaba.
Scorrono davanti agli occhi , della mia memoria , le immagini di bambini, vestiti di stracci , che pescano nei cumuli di spazzatura, di bambini sottoposti a lavori disumani, bambini denutriti, che piangono per la fame ecc, è il loro sguardo che ferisce il mio cuore, perché esprime non solo tanta sofferenza, ma anche la rassegnazione a non avere il diritto ad un'infanzia. Un sentimento d'impotenza mi paralizza, mentre provo , vergogna, andando con la memoria alla mia stupenda infanzia. Agli adulti lascio due riflessioni:
La prima ,mi porta al Vangelo,ed è l'immagine più bella in assoluto che il vangelo dà di Gesù:
Gesù e i bambini;
La seconda è dotta, Jean Jacques Rousseau, è il padre della pedagogia moderna, ha scritto un libro:" EMILIO", è u testo superato; ma è l'intuizione dell'autore, che ho sempre amato .
Il bambino, ha una natura buona, il male è nella società. Quindi è la società , che corrompe e distrugge la natura buona del bambino.
Il sole, del crepuscolo, rosso fuoco, incendia il deserto, vasta area brulla , e silenziosa, dove le dune, sull'orizzonte infinito, danno formosità, corporatura, imprimendo una plasticità, a tutto il paesaggio. La strada si snoda, come un serpente raggomitolato su se stesso ed in movimento, nello stesso tempo. Il silenzio , viene squarciato dal rumore del motore a scoppio di un fuoristrada, tutto polveroso, che annaspa sulla sabbia ; è guidato da un uomo di mezza età, dal volto scuro, solcato da qualche piccola ruga, i capelli neri perfettamente tagliati, sono un po' sparsi di fili argentati, gli occhi neri, hanno uno sguardo molto buono. Dal vestiario, si nota che è un operaio, lavora nei pozzi petroliferi , della zona. Ha finito il suo turno di lavoro, e si appresta a ritornare a casa. Al villaggio , che dista pochi chilometri , dal suo posto di lavoro, abita con la sua famiglia composta da sua moglie e da un figlioletto di 6 anni. è già sera , quando Kamin , giunge al villaggio, luci fioche ai crocicchi illuminano la strada; giunto davanti alla porta della propria casa, si ferma , suona il clacson, prima di scendere, per avvisare la sua famiglia del suo arrivo. La porta principale , un cancelletto di ferro , si apre in un ampio cortile , tipico dei paesi orientale, le pareti imbiancate della casa limitano per tre lati , il cortile, lo rendono bianco e fresco, durante il giorno. Il cortile , è arricchito da palme per proteggono dal caldo e danno frescura la sera. La sera è il momento d'incontro, attorno al desco per tutta la famiglia, Najus è un bambino meraviglioso, bello nei tratti somatici del viso , ricorda tanto quello della mamma; è ubbidiente ed ha una saggezza che contrasta con la sua età. Molto vivace e ricco di iniziativa, è amato dai suoi compagni di gioco e di scuola. Najus, ha un amico , grande, buono ,e silenzioso, che lo segue ovunque, è un bellissimo terranova, dal lungo pelo nero, ricco di bontà, dolcezza, pazienza , amore e fedeltà al suo padroncino; si chiama Baruc. Najus, spesso si isola con Baruc, in un luogo appartato e segreto, dove al fresco delle palme e al dolce suono dell'acqua che scorre nei canali , si sdraiano, Baruc, fa da cuscino soffice e pomposo al suo padroncino, Najus, nel silenzio dell'oasi libera la sua fantasia, e con il suo amico, Baruc, compie le gesta più eroiche, e cavalleresche, che mai bambino abbia compiuto . Così , Najus e Baruc, cavalieri al servizio del savio califfo Rasch'id, vagano per monti e valli e per mari, combattendo da valorosi , contro il male , per il trionfo della giustizia. Hanno molti amici, nel mondo, bambini cinesi, giapponesi, europei e tutti amano Najus ed il suo amico, sono venuti il loro soccorso, quando si sono trovati in difficoltà.
Sono amici di Najus e di Baruc, gli animali:
Paolino, gufo, che tartaglia, dal cuore d'oro, che vive in un bosco dell'appennino tosco-emiliano, con falchi ed aquile; la capretta Peppina, dell' Himalaya, che fa il latte per un bambino pakistano, tutto ricci neri, e la tartaruga Giulietta, che vive in un giardino un po' desolato, della Sicilia, insieme a due bambini: Massimiliano e Cristina. Vi sono tanti amici anche fra le graziose violette, e le semplici margherite dei campi.
Najus ed i suoi amici parlano una sola lingua quella dell'Amore e dell'Amicizia. Sono tutti consapevoli di essere la Luce e la Speranza che illumina il mondo. Nel cuore di Najus c'è un grande sogno , potere stabilire una lunga catena di : amore , amicizia, solidarietà, con tutti i bambini del mondo.
Tempo fa', ho scritto delle fiabe, che non ho mai reso pubbliche, in occasione , di questa Santa Pasqua, volendo porgere i miei auguri pasquali a tutti i bambini ed in modo particolare a quelli che vivono in assoluta indecenza fisica e morale, ho scelto questa fiaba.
Scorrono davanti agli occhi , della mia memoria , le immagini di bambini, vestiti di stracci , che pescano nei cumuli di spazzatura, di bambini sottoposti a lavori disumani, bambini denutriti, che piangono per la fame ecc, è il loro sguardo che ferisce il mio cuore, perché esprime non solo tanta sofferenza, ma anche la rassegnazione a non avere il diritto ad un'infanzia. Un sentimento d'impotenza mi paralizza, mentre provo , vergogna, andando con la memoria alla mia stupenda infanzia. Agli adulti lascio due riflessioni:
La prima ,mi porta al Vangelo,ed è l'immagine più bella in assoluto che il vangelo dà di Gesù:
Gesù e i bambini;
La seconda è dotta, Jean Jacques Rousseau, è il padre della pedagogia moderna, ha scritto un libro:" EMILIO", è u testo superato; ma è l'intuizione dell'autore, che ho sempre amato .
Il bambino, ha una natura buona, il male è nella società. Quindi è la società , che corrompe e distrugge la natura buona del bambino.
venerdì 19 aprile 2019
Venerdì Santo Passione del Signore " La croce dell'Amore è la croce dell'OBBEDIENZA" P. Pellegrino Ernetti o.s.b.
19-4-2019
La croce è la croce dell' OBBEDIENZA, perché la croce di Gesù. San Benedetto parla di "solerzia dell'obbedienza" e di "ignavia della disobbedienza";con la prima ci si salva, con la seconda ci si danna!
Nell'economia della salvezza, infatti, quella autentica apportata da Cristo sulla terra , tertium non datur non c'è e non ci sarà altra via di "ritorno al Padre se non quella già percorsa da Gesù che è venuto sulla terra unicamente per " fare la volontà del Padre mio, che mi ha mandato", sino a costituire di questa obbedienza nientemeno che "il suo cibo:il mio cibo è fare la volontà del Padre" L'obbedienza , ci dice san Bernardo:"Cresce, si matura e si perfeziona soltanto quell'anima che si ciba di questo nutrimento; infatti solo l'obbedienza è vera vita in cielo e in terra. Per l'obbedienza al Padre vivono tutte le creature celesti; per essa vivono le creature terrestri. Nulla sussiste se non nella vita dell'obbedienza al "SI" del Padre che crea e sostenta l'universo e tutti i suoi abitanti. Lo stesso Salvatore nostro vive unicamente dell'obbedienza al Padre; ed Egli si dona a noi nel cibo eucaristico in quanto è la personificazione dell'obbedienza al Padre: l'Eucarestia è Cristo --cibo nostro nel quale vive il Padre nella più perfetta vita divino-umana"
Il primo ed unico modello della nostra "ricerca di Dio" è Gesù, perché è il primo modello dell'obbedienza al Padre. Egli è il primo ed unico esemplare. Come è possibile che Gesù, vero Dio, cercasse Dio?-------------il Marmion, dice:" è vero che Gesù è Dio, luce che sgorga dalla luce increata, Figlio di Dio vivo , eguale al Padre. Ma è anche uomo; è veramente come noi per la natura umana: e benché essa sia unita indissolubilmente alla persona divina del Verbo; benché l'anima santa di Gesù godesse le delizie della visione beatifica, incessantemente attratta nel flusso divino che porta il Figlio verso il Padre necessariamente, è pur vero che l'attività umana del Cristo quale derivava dalle sue facoltà umane come da sorgente immediata , era sovranamente libera. Nell'esercizio di codesta libertà possiamo riconoscere in Gesù la ricerca di Dio.---------------------------All'entrare in questo mondo, il primo atto dell'anima di Gesù fu un intenso slancio verso il Padre suo: Ingrediens mundo dicit...Ecce venio. In capite libri scriptum est de me : ut faciam, Deus, voluntatem tuam(Ebr 10,5ss.) è questa la sua disposizione iniziale; ce lo dice il Vangelo: Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato(Gv 5,30). Il Marmion, a proposito del primato assoluto dell'obbedienza al Padre da parte di Gesù, prosegue:"Nessun ostacolo pote' arrestarlo. A dodici anni lasciò Sua madre, la Vergine Maria, e rimase a Gerusalemme: eppure nessun figlio più di Lui amava Sua madre; tutto l'amore dei cuori filiali sarebbe come una tremula scintilla di contro ad una fornace incandescente. Ma appena si trattava della gloria del Padre , della Sua volontà, pare che l'amore per la madre non conti più. Sapeva Gesù in quale abisso di angosce immergeva il cuore di Lei; ma la gloria del Padre lo richiede, ed Egli non esita---non sapete che io debbo consacrarmi tutto a ciò che riguarda il Padre mio?(Lc2,49).------------------------------------------L'obbedienza è l'unica legge assoluta dell'universo,dopo quella dell'Amore. Dio è amore , e chi vive nell'amore, vive in Dio e Dio in Lui, ci dice san Giovanni. Ma l'amore genera , prima di tutto ciò che è creato , la OBBEDIENZA, dalla quale tutto proviene e tutto sussiste. è legge divina che governa le Tre persone della Trinità; è la legge del creato perché tutte e singole le creature sono scaturite da un atto di volontà della Trinità, e tutte hanno obbedito al Suo FIAT eterno..persino"il nulla" ha obbedito , perché dal nulla tutto obbedì e tutto fu!
Querere Deum virtutum omnium perfectio est= Cercare Dio è la perfezione di tutte le altre virtù, dice san Bernardo. Ma aggiunge subito: Sine oboedientia impossibile qaerere Deum=è impossibile cercare Dio senza l'obbedienza." Cercare Dio è bene supremo. Quanto a me lo stimo sopra ogni altro bene dell'anima.è il primo dono e l'inizio di ogni progresso. Non si aggiunge ad altra virtù, ne' è inferiore ad alcuna, non però alla obbedienza, la quale ci comanda essa stessa di cercare Dio incessantemente..."(Cat. serm. 84)
Sant'Agostino così prega:
"Signore mio Dio , in cui ho posto ogni mia speranza: esaudisci la mia preghiera. Non permettere mai che io sia accasciato da rinunciare a Te, ma fa che con ardore continuamente rinnovato ,l'anima mia aneli di vederTi. Dammi la forza di cercarTi sempre, nella perfetta obbedienza al Tuo volere, Tu che incoraggi, la speranza di quelli che Ti cercano, e da essi Ti lasci trovare"(De Trinitate,1,15,c.28)
La croce è la croce dell' OBBEDIENZA, perché la croce di Gesù. San Benedetto parla di "solerzia dell'obbedienza" e di "ignavia della disobbedienza";con la prima ci si salva, con la seconda ci si danna!
Nell'economia della salvezza, infatti, quella autentica apportata da Cristo sulla terra , tertium non datur non c'è e non ci sarà altra via di "ritorno al Padre se non quella già percorsa da Gesù che è venuto sulla terra unicamente per " fare la volontà del Padre mio, che mi ha mandato", sino a costituire di questa obbedienza nientemeno che "il suo cibo:il mio cibo è fare la volontà del Padre" L'obbedienza , ci dice san Bernardo:"Cresce, si matura e si perfeziona soltanto quell'anima che si ciba di questo nutrimento; infatti solo l'obbedienza è vera vita in cielo e in terra. Per l'obbedienza al Padre vivono tutte le creature celesti; per essa vivono le creature terrestri. Nulla sussiste se non nella vita dell'obbedienza al "SI" del Padre che crea e sostenta l'universo e tutti i suoi abitanti. Lo stesso Salvatore nostro vive unicamente dell'obbedienza al Padre; ed Egli si dona a noi nel cibo eucaristico in quanto è la personificazione dell'obbedienza al Padre: l'Eucarestia è Cristo --cibo nostro nel quale vive il Padre nella più perfetta vita divino-umana"
Il primo ed unico modello della nostra "ricerca di Dio" è Gesù, perché è il primo modello dell'obbedienza al Padre. Egli è il primo ed unico esemplare. Come è possibile che Gesù, vero Dio, cercasse Dio?-------------il Marmion, dice:" è vero che Gesù è Dio, luce che sgorga dalla luce increata, Figlio di Dio vivo , eguale al Padre. Ma è anche uomo; è veramente come noi per la natura umana: e benché essa sia unita indissolubilmente alla persona divina del Verbo; benché l'anima santa di Gesù godesse le delizie della visione beatifica, incessantemente attratta nel flusso divino che porta il Figlio verso il Padre necessariamente, è pur vero che l'attività umana del Cristo quale derivava dalle sue facoltà umane come da sorgente immediata , era sovranamente libera. Nell'esercizio di codesta libertà possiamo riconoscere in Gesù la ricerca di Dio.---------------------------All'entrare in questo mondo, il primo atto dell'anima di Gesù fu un intenso slancio verso il Padre suo: Ingrediens mundo dicit...Ecce venio. In capite libri scriptum est de me : ut faciam, Deus, voluntatem tuam(Ebr 10,5ss.) è questa la sua disposizione iniziale; ce lo dice il Vangelo: Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato(Gv 5,30). Il Marmion, a proposito del primato assoluto dell'obbedienza al Padre da parte di Gesù, prosegue:"Nessun ostacolo pote' arrestarlo. A dodici anni lasciò Sua madre, la Vergine Maria, e rimase a Gerusalemme: eppure nessun figlio più di Lui amava Sua madre; tutto l'amore dei cuori filiali sarebbe come una tremula scintilla di contro ad una fornace incandescente. Ma appena si trattava della gloria del Padre , della Sua volontà, pare che l'amore per la madre non conti più. Sapeva Gesù in quale abisso di angosce immergeva il cuore di Lei; ma la gloria del Padre lo richiede, ed Egli non esita---non sapete che io debbo consacrarmi tutto a ciò che riguarda il Padre mio?(Lc2,49).------------------------------------------L'obbedienza è l'unica legge assoluta dell'universo,dopo quella dell'Amore. Dio è amore , e chi vive nell'amore, vive in Dio e Dio in Lui, ci dice san Giovanni. Ma l'amore genera , prima di tutto ciò che è creato , la OBBEDIENZA, dalla quale tutto proviene e tutto sussiste. è legge divina che governa le Tre persone della Trinità; è la legge del creato perché tutte e singole le creature sono scaturite da un atto di volontà della Trinità, e tutte hanno obbedito al Suo FIAT eterno..persino"il nulla" ha obbedito , perché dal nulla tutto obbedì e tutto fu!
Querere Deum virtutum omnium perfectio est= Cercare Dio è la perfezione di tutte le altre virtù, dice san Bernardo. Ma aggiunge subito: Sine oboedientia impossibile qaerere Deum=è impossibile cercare Dio senza l'obbedienza." Cercare Dio è bene supremo. Quanto a me lo stimo sopra ogni altro bene dell'anima.è il primo dono e l'inizio di ogni progresso. Non si aggiunge ad altra virtù, ne' è inferiore ad alcuna, non però alla obbedienza, la quale ci comanda essa stessa di cercare Dio incessantemente..."(Cat. serm. 84)
Sant'Agostino così prega:
"Signore mio Dio , in cui ho posto ogni mia speranza: esaudisci la mia preghiera. Non permettere mai che io sia accasciato da rinunciare a Te, ma fa che con ardore continuamente rinnovato ,l'anima mia aneli di vederTi. Dammi la forza di cercarTi sempre, nella perfetta obbedienza al Tuo volere, Tu che incoraggi, la speranza di quelli che Ti cercano, e da essi Ti lasci trovare"(De Trinitate,1,15,c.28)
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