6--11--2019
La montagna che partorisce
Una Montagna presso a partorire
di tali strida l'aria riempiva
che la gente , che udiva da lontano,
diceva:-Il fantolino
una città sarà come Milano--
E nacque in quella vece un topolino.
Pensando a questa favola
così falsa di fuori e vera in fondo,
mi raffiguro certi poetonzoli
che prometton cantare il finimondo
e Giove e il tuono e i fulmini e i Titani.
E d'una cosa sì straordinaria
non ti resta allo stringer delle mani....
che cosa?--un poco d'aria.
La fortuna e il ragazzo
Tornando dalla scuola un ragazzino,
si pose a sonnecchiar soavemente
sopra l'orlo d'un pozzo assai profondo.
Ogni cosa ai ragazzi è un buon cuscino.
Se un vecchio fosse stato sì imprudente,
o un padre di famiglia,scommetto che sarìa cascato in fondo.
Fortuna volle che la dea Fortuna
passasse a lui vicino,
e assai cortesemente lo svegliò.
--Mio caro, --disse ,--ascolta,
non esser sì imprudente un'altra volta,
perché sempre vicina non sarò.
Se tu cadi la colpa mia non è,
ma la gente la piglia poi con me--.
Avea ragion da vendere
la buona dea volubile,
che al mondo d'ogni male
è fatta responsabile.
Sempre gli sciocchi pensano
di scaricar la colpa dei malanni,
tirando la Fortuna per i panni.
Sia l'uomo dritto o storto,
sempre Fortuna ha il torto.
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mercoledì 6 novembre 2019
NOI ABBIAMO TUTTO IN CRISTO SANT'AMBROGIO
6--11--2019
Se tu ardi per la febbre, Egli è la Sorgente che rinfranca;
Se tu sei oppresso per le tue colpe, Egli è la liberazione;
Se tu hai bisogno d'aiuto, Egli è la Forza;
Se tu hai paura della morte, Egli è la Vita;
Se tu desideri il cielo, Egli è la Via;
Se tu fuggi le tenebre, Egli è la Luce;
Se tu hai bisogno di nutrimento, Egli è l'Alimento.
Se tu ardi per la febbre, Egli è la Sorgente che rinfranca;
Se tu sei oppresso per le tue colpe, Egli è la liberazione;
Se tu hai bisogno d'aiuto, Egli è la Forza;
Se tu hai paura della morte, Egli è la Vita;
Se tu desideri il cielo, Egli è la Via;
Se tu fuggi le tenebre, Egli è la Luce;
Se tu hai bisogno di nutrimento, Egli è l'Alimento.
martedì 5 novembre 2019
ORTODOSSIA " UNA ECCLESIOLOGIA DI COMUNIONE" di: p. Denis Guillaume 2°
5--11--2019
Nell'articolo precedente abbiamo visto che l'Ortodossia si poteva definire come "vera fede", che la vera fede era quella degli Apostoli e dei primi sette concili ecumenici tenutisi in Oriente, una fede comune ai Romani e ai Bizantini, i quali insieme si sono ritenuti sia "cattolici" che "ortodossi". E le cose andarono bene, più o meno , per otto secoli, fino all'incoronazione di Carlomagno a Roma come imperatore d'Occidente e all'introduzione del Filioque nel Credo romano. La prima diede ai Bizantini la sensazione che venisse infranta l'unità dell'impero dei Romani, sopravvissuto a Costantinopoli. La seconda venne considerata come una rottura nell'espressione comune della fede. Finora le eresie maggiori erano sorte in Oriente ed era toccano a Bisanzio il ruolo di difendere l'ortodossia della fede, insieme a Roma. Ormai la Chiesa di Costantinopoli dovrà da sola tenere la fiaccola dell'Ortodossia , mentre quella di Roma , con l'aspirazione a una egemonia universale , accentuerà la sua connotazione di Chiesa cattolica.
Presto, i romani non verranno più considerati dai Bizantini come ortodossi, ma come eretici, e non saranno più chiamati nemmeno cattolici, ma semplicemente "Latini" o "Franchi", cioè barbari occidentali (soprattutto dopo il saccheggio di Costantinopoli, nel 1204, a opera della 4° crociata). Nello stesso tempo , i Bizantini saranno considerati dai Romani come scismatici o dissidenti, le loro Chiese verranno oltraggiate come comunità separate, opposte all'universalità del Pontefice romano; e la parola "ortodossia", diventerà , in bocca occidentale , spregiativa, restrittiva, l'equivalente di cristianesimo rivale, orientale.
Nel secondo millennio , la Chiesa di Roma, separata dall'Oriente, sviluppa una ecclesiologia diversa da quella tradizionale, trasformando la propria struttura ecclesiale sul modello della società feudale . Ne risulta quello che chiamiamo la "piramide". Infatti , nel sacro impero romano--germanico, troviamo al vertice l'imperatore, poi vengono re, principi, duchi , marchesi; scendendo ancora si trovano conti , visconti , baroni e signori; e, sotto i signori , finalmente il popolo, alla base della piramide. Nello stesso modo la piramide dell'ecclesiologia romana al cui apice vi è posto il sommo pontefice; poi troviamo i cardinali, arcivescovi e vescovi; dai vescovi dipendono parroci e sacerdoti e da questi ultimi dipende la massa dei fedeli. Gli stessi rapporti che reggono il mondo feudale, tra sovrani e vassalli, regola man mano le relazioni tra la gerarchia e il popolo di Dio, fatte di giurisdizione e di sottomissione. Il risultato è che la Chiesa viene spesso identificata con la sola gerarchia , ed escluso il popolo.
Nel cristianesimo orientale si è conservata invece una ecclesiologia di "comunione". Non è "piramidale" , verticale , ma orizzontale, costituita di cerchi, come si vedono al microscopio le cellule di un corpo vivente legate fra di loro con il flusso dei vasi sanguigni e dai nervi. Così come al centro della cellula troviamo il nucleo , così il vescovo sta al centro della vita ecclesiale: attorno a lui si forma la sinassi della preghiera pubblica, che culmina a nell'eucarestia. Fra due o più diocesi vicine si stabilisce un rapporto di comunione a livello dei vescovi, e così i fedeli di una diocesi sono in comunione con i fedeli della diocesi vicina tramite il loro vescovo. In una stessa regione o nazione , tra i vari vescovi , uno di loro assume un ruolo primaziale , divenendo il fratello maggiore: sono gli arcivescovi , metropoliti o patriarchi. Al più alto livello , c'è la comunione tra i patriarchi o gli altri capi delle Chiese autonome, comunione che si concretizza con i "dittici", cioè con la preghiera reciproca alla fine dell'anafora(canone eucaristico) e con le visite fraterne che si fanno vicendevolmente per mantenere tra di loro il bene dell'unità. In quella ecclesiologia di comunione ci sarebbe posto , dal punto di vista ortodosso , anche per il papa di Roma, se si accontentasse del suo ruolo primaziale, senza voler imporre la sua giurisdizione su i fedeli delle Chiese.
Nei monasteri benedettini la struttura monastica corrisponde tuttora a quella ecclesiologia di comunione, conservata dall'Ortodossia nel cristianesimo orientale. Ogni comunità , con l'abate o il priore che si è scelto, costituisce una piccola Chiesa. Due o più monasteri vicini, nella stessa regione o nazione , fanno una congregazione , e gli abati o priori eleggono tra di loro un abate presidente, al quale si può fare ricorso quando sorge una difficoltà all'interno del monastero. Poi le diverse congregazioni nazionali o regionali estendono la loro comunione , formando la confederazione benedettina, e gli abati o priori conventuali eleggono l'abate primate. Per esercitare il ruolo primaziale, potrebbe anche rimanere nel suo monastero , come abate di una vera comunità. Se risiede a Roma, sacrificando così il carisma per il quale è stato eletto abate dai propri monaci, è per difendere meglio , presso la Curia romana ,i diritti dell'Ordine monastico: è piuttosto un procuratore, che fa da legame tra i singoli monasteri e il papa, e non il braccio del pontefice sulla confederazione benedettina; non è un generale d'ordine nè un gran maestro.
Invece gli ordini religiosi sorti dal duecento in poi hanno adottato quella struttura piramidale della Chiesa d'Occidente: dal gran maestro o dal generale dipendono i superiori provinciali; da questi a loro volta i rettori locali; dai rettori , infine ,i religiosi; e tutto l'Ordine è al servizio del Papa. Di solito , eccetto per le clarisse, non costituiscono cellule ecclesiali sotto un bastone abbaziale, ma sono esenti dalla giurisdizione del vescovo locale, come l'esercito di una nazione dipende direttamente dal potere centrale e non dai governatori di provincia.
Finché quella struttura piramidale rimaneva a uso interno della Chiesa romana , gli Ortodossi non avrebbero trovato nulla da ridire, eccetto per il fastidio che davano loro i frati insediatesi in Terra Santa e sul territorio delle loro Chiese apostoliche. Ma le difficoltà maggiori sorsero quando la Chiesa romana , che dopo secoli di separazione dall'Occidente si era persuasa di essere da sola la Chiesa universale, cercò di imporre la sua ecclesiologia piramidale alle Chiese autocefali di Costantinopoli,, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, che non avevano mai conosciuto, dal tempo degli Apostoli, altra ecclesiologia che quella di comunione.
Nell'articolo precedente abbiamo visto che l'Ortodossia si poteva definire come "vera fede", che la vera fede era quella degli Apostoli e dei primi sette concili ecumenici tenutisi in Oriente, una fede comune ai Romani e ai Bizantini, i quali insieme si sono ritenuti sia "cattolici" che "ortodossi". E le cose andarono bene, più o meno , per otto secoli, fino all'incoronazione di Carlomagno a Roma come imperatore d'Occidente e all'introduzione del Filioque nel Credo romano. La prima diede ai Bizantini la sensazione che venisse infranta l'unità dell'impero dei Romani, sopravvissuto a Costantinopoli. La seconda venne considerata come una rottura nell'espressione comune della fede. Finora le eresie maggiori erano sorte in Oriente ed era toccano a Bisanzio il ruolo di difendere l'ortodossia della fede, insieme a Roma. Ormai la Chiesa di Costantinopoli dovrà da sola tenere la fiaccola dell'Ortodossia , mentre quella di Roma , con l'aspirazione a una egemonia universale , accentuerà la sua connotazione di Chiesa cattolica.
Presto, i romani non verranno più considerati dai Bizantini come ortodossi, ma come eretici, e non saranno più chiamati nemmeno cattolici, ma semplicemente "Latini" o "Franchi", cioè barbari occidentali (soprattutto dopo il saccheggio di Costantinopoli, nel 1204, a opera della 4° crociata). Nello stesso tempo , i Bizantini saranno considerati dai Romani come scismatici o dissidenti, le loro Chiese verranno oltraggiate come comunità separate, opposte all'universalità del Pontefice romano; e la parola "ortodossia", diventerà , in bocca occidentale , spregiativa, restrittiva, l'equivalente di cristianesimo rivale, orientale.
Nel secondo millennio , la Chiesa di Roma, separata dall'Oriente, sviluppa una ecclesiologia diversa da quella tradizionale, trasformando la propria struttura ecclesiale sul modello della società feudale . Ne risulta quello che chiamiamo la "piramide". Infatti , nel sacro impero romano--germanico, troviamo al vertice l'imperatore, poi vengono re, principi, duchi , marchesi; scendendo ancora si trovano conti , visconti , baroni e signori; e, sotto i signori , finalmente il popolo, alla base della piramide. Nello stesso modo la piramide dell'ecclesiologia romana al cui apice vi è posto il sommo pontefice; poi troviamo i cardinali, arcivescovi e vescovi; dai vescovi dipendono parroci e sacerdoti e da questi ultimi dipende la massa dei fedeli. Gli stessi rapporti che reggono il mondo feudale, tra sovrani e vassalli, regola man mano le relazioni tra la gerarchia e il popolo di Dio, fatte di giurisdizione e di sottomissione. Il risultato è che la Chiesa viene spesso identificata con la sola gerarchia , ed escluso il popolo.
Nel cristianesimo orientale si è conservata invece una ecclesiologia di "comunione". Non è "piramidale" , verticale , ma orizzontale, costituita di cerchi, come si vedono al microscopio le cellule di un corpo vivente legate fra di loro con il flusso dei vasi sanguigni e dai nervi. Così come al centro della cellula troviamo il nucleo , così il vescovo sta al centro della vita ecclesiale: attorno a lui si forma la sinassi della preghiera pubblica, che culmina a nell'eucarestia. Fra due o più diocesi vicine si stabilisce un rapporto di comunione a livello dei vescovi, e così i fedeli di una diocesi sono in comunione con i fedeli della diocesi vicina tramite il loro vescovo. In una stessa regione o nazione , tra i vari vescovi , uno di loro assume un ruolo primaziale , divenendo il fratello maggiore: sono gli arcivescovi , metropoliti o patriarchi. Al più alto livello , c'è la comunione tra i patriarchi o gli altri capi delle Chiese autonome, comunione che si concretizza con i "dittici", cioè con la preghiera reciproca alla fine dell'anafora(canone eucaristico) e con le visite fraterne che si fanno vicendevolmente per mantenere tra di loro il bene dell'unità. In quella ecclesiologia di comunione ci sarebbe posto , dal punto di vista ortodosso , anche per il papa di Roma, se si accontentasse del suo ruolo primaziale, senza voler imporre la sua giurisdizione su i fedeli delle Chiese.
Nei monasteri benedettini la struttura monastica corrisponde tuttora a quella ecclesiologia di comunione, conservata dall'Ortodossia nel cristianesimo orientale. Ogni comunità , con l'abate o il priore che si è scelto, costituisce una piccola Chiesa. Due o più monasteri vicini, nella stessa regione o nazione , fanno una congregazione , e gli abati o priori eleggono tra di loro un abate presidente, al quale si può fare ricorso quando sorge una difficoltà all'interno del monastero. Poi le diverse congregazioni nazionali o regionali estendono la loro comunione , formando la confederazione benedettina, e gli abati o priori conventuali eleggono l'abate primate. Per esercitare il ruolo primaziale, potrebbe anche rimanere nel suo monastero , come abate di una vera comunità. Se risiede a Roma, sacrificando così il carisma per il quale è stato eletto abate dai propri monaci, è per difendere meglio , presso la Curia romana ,i diritti dell'Ordine monastico: è piuttosto un procuratore, che fa da legame tra i singoli monasteri e il papa, e non il braccio del pontefice sulla confederazione benedettina; non è un generale d'ordine nè un gran maestro.
Invece gli ordini religiosi sorti dal duecento in poi hanno adottato quella struttura piramidale della Chiesa d'Occidente: dal gran maestro o dal generale dipendono i superiori provinciali; da questi a loro volta i rettori locali; dai rettori , infine ,i religiosi; e tutto l'Ordine è al servizio del Papa. Di solito , eccetto per le clarisse, non costituiscono cellule ecclesiali sotto un bastone abbaziale, ma sono esenti dalla giurisdizione del vescovo locale, come l'esercito di una nazione dipende direttamente dal potere centrale e non dai governatori di provincia.
Finché quella struttura piramidale rimaneva a uso interno della Chiesa romana , gli Ortodossi non avrebbero trovato nulla da ridire, eccetto per il fastidio che davano loro i frati insediatesi in Terra Santa e sul territorio delle loro Chiese apostoliche. Ma le difficoltà maggiori sorsero quando la Chiesa romana , che dopo secoli di separazione dall'Occidente si era persuasa di essere da sola la Chiesa universale, cercò di imporre la sua ecclesiologia piramidale alle Chiese autocefali di Costantinopoli,, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, che non avevano mai conosciuto, dal tempo degli Apostoli, altra ecclesiologia che quella di comunione.
lunedì 4 novembre 2019
CANTI di: Giacomo Leopardi
4--11---2019
ALL'ITALIA
O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond' eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite ,
Che lividor , che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia ;
Si che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia , e piange.
Piani , che ben hai donde , Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna ,or sei poverella ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che , rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica : già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi , qua l'armi : io solo
Combatterò , procomberò sol io .
Dammi , o ciel, che sia foco
Agl' italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia , attendi . Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve , e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L' Italia gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprir le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor , vile e feroce,
Serse per l' Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d 'Antela , ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovinette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta , o figli,
L'ora estrema vi parve ,onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri ,o a splendido convito:
Ma v 'attendea lo scuro
Tartaro , e l'onda morta,
Né le spose vi foro o figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci morire e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri ;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi ,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade . Oh viva , oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte , in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue . Ecco io mi prostro,
O benedetti , al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso , e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa , volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
ALL'ITALIA
O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond' eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite ,
Che lividor , che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia ;
Si che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia , e piange.
Piani , che ben hai donde , Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna ,or sei poverella ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che , rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica : già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi , qua l'armi : io solo
Combatterò , procomberò sol io .
Dammi , o ciel, che sia foco
Agl' italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia , attendi . Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve , e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L' Italia gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprir le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor , vile e feroce,
Serse per l' Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d 'Antela , ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovinette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta , o figli,
L'ora estrema vi parve ,onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri ,o a splendido convito:
Ma v 'attendea lo scuro
Tartaro , e l'onda morta,
Né le spose vi foro o figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci morire e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri ;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi ,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade . Oh viva , oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte , in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue . Ecco io mi prostro,
O benedetti , al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso , e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa , volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
RICORRENZE: 4 NOVEMBRE , GIORNATA DELLA VITTORIA di Pina Maria Speranza
4---11---2019
MILITE IGNOTO di Pasquale Ruocco
Non sappiamo il tuo volto , o Sconosciuto,
non il tuo rude nome di soldato,
ma è il nome inciso in tutti i monumenti,
e che risuona in tutte le fanfare ;
hai la tua casa in ogni casolare;
ed appartieni a tutti i reggimenti.
Sente ogni madre il suono della voce
noto al suo cuore ; eppure tu sei muto,
e là, nel campo dove sei caduto,
tutte le croci sono la tua croce.
Da quelle tombe un monito e un saluto,
con severo silenzio tu ci porti;
e tutti cuori dei fratelli morti
son chiusi nel tuo cuore o Sconosciuto!
Un pensiero ed un grazie a tutti coloro che nel passato remoto, e in quello più recente, hanno dato la loro vita, affinché noi potessimo vivere in una Italia di pace , dove il valore della vita , la dignità, i diritti civili, sono la garanzia di ciascuno cittadino. Un popolo , quello italiano, unito da un tricolore, in una sola patria.
MILITE IGNOTO di Pasquale Ruocco
Non sappiamo il tuo volto , o Sconosciuto,
non il tuo rude nome di soldato,
ma è il nome inciso in tutti i monumenti,
e che risuona in tutte le fanfare ;
hai la tua casa in ogni casolare;
ed appartieni a tutti i reggimenti.
Sente ogni madre il suono della voce
noto al suo cuore ; eppure tu sei muto,
e là, nel campo dove sei caduto,
tutte le croci sono la tua croce.
Da quelle tombe un monito e un saluto,
con severo silenzio tu ci porti;
e tutti cuori dei fratelli morti
son chiusi nel tuo cuore o Sconosciuto!
Un pensiero ed un grazie a tutti coloro che nel passato remoto, e in quello più recente, hanno dato la loro vita, affinché noi potessimo vivere in una Italia di pace , dove il valore della vita , la dignità, i diritti civili, sono la garanzia di ciascuno cittadino. Un popolo , quello italiano, unito da un tricolore, in una sola patria.
sabato 2 novembre 2019
2 NOVEMBRE----2019
2--11--2019
Dal Vangelo secondo Matteo:
"Erode , allora , vistosi beffato dai Magi, si infuriò e mandò ad uccidere , in Bethlemme e in tutto il suo territorio, tutti i bambini di meno di due anni, secondo il tempo di cui si era accuratamente informato dai Magi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia:
In Rama s'è sentita una voce,
un pianto e lamento grande;
è Rachele che piange i suoi figli ,
ne' vuol consolarsi, perché non sono più.
Nel terzo millennio, sono molti i fratelli di Erode; ed in questi anni sono molte le strage degli innocenti, un pensiero ai bambini morti sotto le bombe, a quelli morti con le armi chimiche, a quelli annegati nel mediterraneo,a tutti quei bambini morti per la malvagità dell'uomo, e che non hanno la consolazione del pianto di Rachele. Io li pongo tutti ai piedi di Colei che è la madre delle madri, al Suo Sacro Cuore.
Dal Vangelo secondo Matteo:
"Erode , allora , vistosi beffato dai Magi, si infuriò e mandò ad uccidere , in Bethlemme e in tutto il suo territorio, tutti i bambini di meno di due anni, secondo il tempo di cui si era accuratamente informato dai Magi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia:
In Rama s'è sentita una voce,
un pianto e lamento grande;
è Rachele che piange i suoi figli ,
ne' vuol consolarsi, perché non sono più.
Nel terzo millennio, sono molti i fratelli di Erode; ed in questi anni sono molte le strage degli innocenti, un pensiero ai bambini morti sotto le bombe, a quelli morti con le armi chimiche, a quelli annegati nel mediterraneo,a tutti quei bambini morti per la malvagità dell'uomo, e che non hanno la consolazione del pianto di Rachele. Io li pongo tutti ai piedi di Colei che è la madre delle madri, al Suo Sacro Cuore.
venerdì 1 novembre 2019
1----NOVEMBRE ---2019
1-11-2019
vento dei santi di: Giovanni Pascoli
Vento dei Santi, il giorno si raccoglie
già per morire, e tu su' due gemelli
alberi soffi, e stacchi lor le foglie.
Ora le tocchi appena , ora le svelli;
quali cadono a una a una, quali
partono a branchi, come vol d'uccelli.
Tutta una fuga , quando tu le assali,
si fa nel cielo , e in terra , fra le zolle,
un fruscio grande , un vano tremor d'ali;
stridono e vanno , girano in un folle
vortice, frullano inquiete attorno,
calano con un abbandono molle.
A volte sembra muovano al ritorno,
a sbalzi ...Ma, tu le riprendi, e porti
con te, via. Tutte son cadute, e il giorno
è morto: tu lo sai, vento dei Morti!
Viene col vento un canto di preghiera
e di tristezza, e vanno via le foglie
con lui , stridendo in mezzo alla bufera:
"Noi di noi siamo le fugaci spoglie;
la nostra vita è sempre là dov'era.
Il vento in vano all'albero ci toglie:
là rinverzicheremo a primavera".
Col vento via vane foglie vanno;
gemono , mentre intorno si fa sera.
"Non torneremo al rifiorir dell'anno:
noi ce n'andiamo avvolte nell'oblio.
Non fu la vita che un fugace inganno.
L'albero è morto . Addio per sempre! Addio".
è morto il giorno , ed anche muor la sera,
ed anche muore il canto tristo e pio,
e il cielo splende su la terra nera....
Quando cadono le foglie di: Carlo Linati
Era un gigantesco platino e stava ritto in mezzo al prato come un signore del paese. Le foglie cominciavano a cadere.
FOGLIE Noi ti lasciamo, babbo.
ALBERO (come ridestandosi da un sopore) Come , come ? è già tempo di distaccarsi, figliole care?
FOGLIE Tu lo vedi, non abbiamo più linfa , siamo secche e inaridite. E stamani , per giunta , sono arrivate Nebbia e Brina che ci han tolto gli ultimi resti di vigore.
ALBERO (implorando) Oh, restate ancora un poco....Guardate che cielo delizioso abbiamo oggi. Restate ancora un poco a godere quest'ultima soavità dell'anno.
FOGLIE Babbo , la nostra ora è suonata. Ce n'andiamo.
ALBERO Ingrate! Voi dimenticate che v'ho nutrite del mio sangue, che vi ho dato voce, splendore e bellezza per sei mesi di seguito.
UN GRUPPO DI FOGLIE Noi formeremo sotto di te un vasto letto, o babbo grande, dove , riposando insieme , ragioneremo delle tue grandi virtù.
ALTRO GRUPPO Rievocheremo le gioie che abbiamo godute con te , o babbo grande , i piccoli nostri passatempi estivi.
ALTRO GRUPPO Ricorderemo gli scrosci gloriosi dietro le orchestre dei venti, quando tutte insieme ci scagliavamo e tu scricchiolavi come un vascello in burrasca.
PRIMO GRUPPO Tempi allegri e beati!
SECONDO GRUPPO Bei rischi e splendori!
TERZO GRUPPO Magnifiche avventure estive!
TUTTE Finché, ohimè la tetra neve ci coprirà.
L'albero , a sentir parlare di neve , ha un lungo brivido per tutti i rami. Altre foglie cadono e i rami si discoprono sempre più lividi e ignudi tra gli squarci del vestimento.
ALBERO Ahimè, tutte se ne vanno, tutte se ne vanno...Quanta malinconia in questi distacchi ! E tutti gli anni è la stessa pena , tutti gli anni le stesse lacrime.
FOGLIE(in coro) Non ti disperare,o babbo grande. Tu devi sopravviverci e riavere altre figliuole che vestiranno a festa le tue braccia gagliarde. Il nostro turno è finito. Addio, addio.
E ad una ad una cadono sul prato.
Ma tutte , a vero dire, avevano un modo così delicato di lasciare l'albero! Lo lasciavano pian piano , alla chetichella , quasi direi in punta di piedi, come si lascia la camera di un malato grave. Brave figliuole! E le più brave stavano con lui finché potevano , finché erano secche, quasi bruciate :poi sfinite si lasciavano andare perdutamente, gettando un piccolo grido d'angoscia quando passavano in mezzo ai rami . Frrrrch....cré....cré...Era come l'addio di tutte le cose che se ne vanno, la tristezza infinita della separazione. Frrrrsch....cré...cré..
vento dei santi di: Giovanni Pascoli
Vento dei Santi, il giorno si raccoglie
già per morire, e tu su' due gemelli
alberi soffi, e stacchi lor le foglie.
Ora le tocchi appena , ora le svelli;
quali cadono a una a una, quali
partono a branchi, come vol d'uccelli.
Tutta una fuga , quando tu le assali,
si fa nel cielo , e in terra , fra le zolle,
un fruscio grande , un vano tremor d'ali;
stridono e vanno , girano in un folle
vortice, frullano inquiete attorno,
calano con un abbandono molle.
A volte sembra muovano al ritorno,
a sbalzi ...Ma, tu le riprendi, e porti
con te, via. Tutte son cadute, e il giorno
è morto: tu lo sai, vento dei Morti!
Viene col vento un canto di preghiera
e di tristezza, e vanno via le foglie
con lui , stridendo in mezzo alla bufera:
"Noi di noi siamo le fugaci spoglie;
la nostra vita è sempre là dov'era.
Il vento in vano all'albero ci toglie:
là rinverzicheremo a primavera".
Col vento via vane foglie vanno;
gemono , mentre intorno si fa sera.
"Non torneremo al rifiorir dell'anno:
noi ce n'andiamo avvolte nell'oblio.
Non fu la vita che un fugace inganno.
L'albero è morto . Addio per sempre! Addio".
è morto il giorno , ed anche muor la sera,
ed anche muore il canto tristo e pio,
e il cielo splende su la terra nera....
Quando cadono le foglie di: Carlo Linati
Era un gigantesco platino e stava ritto in mezzo al prato come un signore del paese. Le foglie cominciavano a cadere.
FOGLIE Noi ti lasciamo, babbo.
ALBERO (come ridestandosi da un sopore) Come , come ? è già tempo di distaccarsi, figliole care?
FOGLIE Tu lo vedi, non abbiamo più linfa , siamo secche e inaridite. E stamani , per giunta , sono arrivate Nebbia e Brina che ci han tolto gli ultimi resti di vigore.
ALBERO (implorando) Oh, restate ancora un poco....Guardate che cielo delizioso abbiamo oggi. Restate ancora un poco a godere quest'ultima soavità dell'anno.
FOGLIE Babbo , la nostra ora è suonata. Ce n'andiamo.
ALBERO Ingrate! Voi dimenticate che v'ho nutrite del mio sangue, che vi ho dato voce, splendore e bellezza per sei mesi di seguito.
UN GRUPPO DI FOGLIE Noi formeremo sotto di te un vasto letto, o babbo grande, dove , riposando insieme , ragioneremo delle tue grandi virtù.
ALTRO GRUPPO Rievocheremo le gioie che abbiamo godute con te , o babbo grande , i piccoli nostri passatempi estivi.
ALTRO GRUPPO Ricorderemo gli scrosci gloriosi dietro le orchestre dei venti, quando tutte insieme ci scagliavamo e tu scricchiolavi come un vascello in burrasca.
PRIMO GRUPPO Tempi allegri e beati!
SECONDO GRUPPO Bei rischi e splendori!
TERZO GRUPPO Magnifiche avventure estive!
TUTTE Finché, ohimè la tetra neve ci coprirà.
L'albero , a sentir parlare di neve , ha un lungo brivido per tutti i rami. Altre foglie cadono e i rami si discoprono sempre più lividi e ignudi tra gli squarci del vestimento.
ALBERO Ahimè, tutte se ne vanno, tutte se ne vanno...Quanta malinconia in questi distacchi ! E tutti gli anni è la stessa pena , tutti gli anni le stesse lacrime.
FOGLIE(in coro) Non ti disperare,o babbo grande. Tu devi sopravviverci e riavere altre figliuole che vestiranno a festa le tue braccia gagliarde. Il nostro turno è finito. Addio, addio.
E ad una ad una cadono sul prato.
Ma tutte , a vero dire, avevano un modo così delicato di lasciare l'albero! Lo lasciavano pian piano , alla chetichella , quasi direi in punta di piedi, come si lascia la camera di un malato grave. Brave figliuole! E le più brave stavano con lui finché potevano , finché erano secche, quasi bruciate :poi sfinite si lasciavano andare perdutamente, gettando un piccolo grido d'angoscia quando passavano in mezzo ai rami . Frrrrch....cré....cré...Era come l'addio di tutte le cose che se ne vanno, la tristezza infinita della separazione. Frrrrsch....cré...cré..
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