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mercoledì 6 novembre 2019

FAVOLE JEAN DE LA FONTAINE

6--11--2019

La  montagna che  partorisce

Una  Montagna  presso  a  partorire
di  tali  strida  l'aria  riempiva
che   la  gente , che udiva  da lontano,
diceva:-Il  fantolino
una  città  sarà  come  Milano--
E nacque  in quella  vece un topolino.

Pensando  a  questa  favola
così  falsa  di  fuori  e vera  in fondo,
mi  raffiguro certi poetonzoli
che  prometton  cantare  il  finimondo
e Giove  e  il tuono e i fulmini e i  Titani.
E  d'una  cosa  sì  straordinaria
non  ti  resta  allo  stringer  delle mani....
che  cosa?--un poco d'aria.

La  fortuna  e il ragazzo

Tornando  dalla  scuola  un  ragazzino,
si  pose a sonnecchiar  soavemente
sopra  l'orlo  d'un  pozzo  assai  profondo.
Ogni  cosa  ai  ragazzi  è  un  buon  cuscino.
Se  un  vecchio  fosse  stato  sì  imprudente,
o un  padre di famiglia,scommetto  che  sarìa  cascato  in fondo.
Fortuna  volle  che  la  dea  Fortuna
passasse  a  lui  vicino,
e assai  cortesemente  lo svegliò.
--Mio  caro, --disse ,--ascolta,
non  esser sì  imprudente un'altra  volta,
perché  sempre  vicina  non  sarò.
Se  tu  cadi  la  colpa  mia  non  è,
ma  la  gente  la  piglia  poi  con  me--.

Avea  ragion  da  vendere
la  buona  dea  volubile,
che al mondo  d'ogni  male
è fatta  responsabile.
Sempre  gli  sciocchi  pensano
di  scaricar  la  colpa  dei  malanni,
tirando  la  Fortuna  per i  panni.
Sia  l'uomo  dritto  o storto,
sempre  Fortuna  ha il torto.

NOI ABBIAMO TUTTO IN CRISTO SANT'AMBROGIO

6--11--2019

Se  tu  ardi  per  la  febbre, Egli  è  la  Sorgente  che  rinfranca;
Se  tu  sei  oppresso  per  le tue  colpe, Egli  è  la  liberazione;
Se  tu  hai  bisogno  d'aiuto, Egli è  la  Forza;
Se  tu  hai  paura  della  morte, Egli  è la  Vita;
Se  tu desideri  il cielo, Egli  è  la  Via;
Se tu fuggi  le  tenebre, Egli è  la Luce;
Se  tu  hai  bisogno di  nutrimento, Egli  è  l'Alimento.

martedì 5 novembre 2019

ORTODOSSIA " UNA ECCLESIOLOGIA DI COMUNIONE" di: p. Denis Guillaume 2°

5--11--2019
Nell'articolo   precedente  abbiamo  visto  che  l'Ortodossia  si poteva definire  come  "vera  fede",  che  la  vera  fede  era  quella  degli  Apostoli  e  dei  primi  sette  concili  ecumenici  tenutisi  in Oriente,  una  fede  comune  ai  Romani  e  ai  Bizantini, i quali  insieme  si  sono  ritenuti  sia  "cattolici"  che  "ortodossi". E le  cose  andarono  bene, più  o meno ,  per otto  secoli, fino  all'incoronazione di  Carlomagno  a  Roma  come imperatore d'Occidente  e  all'introduzione  del  Filioque  nel  Credo romano.  La  prima  diede  ai  Bizantini  la   sensazione  che  venisse infranta  l'unità  dell'impero  dei  Romani, sopravvissuto  a  Costantinopoli.  La  seconda  venne   considerata  come  una  rottura  nell'espressione  comune  della  fede.  Finora  le eresie maggiori erano  sorte  in  Oriente  ed  era  toccano  a Bisanzio  il ruolo di difendere l'ortodossia  della  fede, insieme  a  Roma. Ormai la  Chiesa  di Costantinopoli dovrà  da sola  tenere  la  fiaccola  dell'Ortodossia , mentre  quella  di Roma , con  l'aspirazione  a  una  egemonia universale  , accentuerà  la  sua connotazione  di Chiesa cattolica.
Presto, i romani  non  verranno  più  considerati  dai  Bizantini  come   ortodossi, ma  come  eretici, e  non  saranno più  chiamati nemmeno  cattolici, ma  semplicemente  "Latini"   o  "Franchi", cioè  barbari  occidentali (soprattutto  dopo  il  saccheggio  di  Costantinopoli, nel  1204, a  opera  della  4°  crociata).  Nello  stesso  tempo  , i  Bizantini   saranno  considerati  dai Romani  come  scismatici o  dissidenti, le  loro  Chiese  verranno  oltraggiate  come   comunità  separate, opposte  all'universalità   del Pontefice romano;  e  la  parola  "ortodossia", diventerà  , in bocca  occidentale  ,  spregiativa,  restrittiva,  l'equivalente  di  cristianesimo  rivale, orientale. 
Nel  secondo  millennio , la  Chiesa  di Roma, separata  dall'Oriente, sviluppa  una  ecclesiologia  diversa  da  quella  tradizionale, trasformando la  propria  struttura ecclesiale  sul  modello della  società  feudale  .  Ne  risulta  quello  che  chiamiamo  la  "piramide".  Infatti , nel  sacro  impero  romano--germanico,  troviamo  al vertice  l'imperatore, poi  vengono re,  principi,  duchi , marchesi; scendendo  ancora si  trovano  conti , visconti , baroni e  signori; e, sotto  i  signori , finalmente il popolo,  alla  base  della  piramide.  Nello  stesso modo  la  piramide  dell'ecclesiologia  romana al cui apice  vi è  posto  il sommo  pontefice; poi  troviamo  i cardinali,  arcivescovi e vescovi;  dai vescovi  dipendono  parroci e sacerdoti e  da  questi  ultimi  dipende  la  massa   dei fedeli. Gli  stessi  rapporti  che  reggono il  mondo feudale, tra  sovrani  e vassalli, regola  man mano  le  relazioni  tra  la gerarchia  e il popolo  di Dio, fatte  di  giurisdizione  e  di  sottomissione. Il risultato  è  che   la  Chiesa   viene  spesso identificata   con  la  sola  gerarchia , ed  escluso  il popolo.
Nel  cristianesimo  orientale  si  è  conservata  invece  una  ecclesiologia  di  "comunione".  Non  è  "piramidale" ,  verticale , ma  orizzontale, costituita  di  cerchi,  come  si  vedono  al  microscopio le  cellule  di un corpo vivente  legate  fra di loro  con  il  flusso  dei vasi  sanguigni e  dai  nervi.  Così  come  al centro  della  cellula  troviamo  il  nucleo , così  il  vescovo sta  al centro  della  vita  ecclesiale: attorno  a  lui  si  forma  la  sinassi  della  preghiera  pubblica, che  culmina a  nell'eucarestia.  Fra due  o più  diocesi vicine  si  stabilisce un  rapporto  di comunione a  livello  dei vescovi, e  così  i fedeli di una  diocesi  sono  in comunione  con i fedeli  della  diocesi  vicina tramite  il loro vescovo.  In  una  stessa  regione  o  nazione  , tra  i vari  vescovi , uno  di loro assume  un  ruolo  primaziale , divenendo  il  fratello maggiore: sono  gli  arcivescovi  , metropoliti  o patriarchi.  Al  più  alto  livello , c'è  la  comunione  tra  i  patriarchi  o gli  altri  capi  delle  Chiese  autonome,  comunione  che  si concretizza  con  i "dittici", cioè con  la  preghiera  reciproca alla  fine  dell'anafora(canone  eucaristico) e  con  le  visite  fraterne  che  si  fanno   vicendevolmente per  mantenere  tra  di  loro il bene  dell'unità. In  quella  ecclesiologia  di  comunione  ci sarebbe  posto  , dal  punto di vista  ortodosso , anche  per  il  papa  di Roma, se si  accontentasse  del  suo  ruolo  primaziale, senza  voler imporre  la  sua  giurisdizione  su  i fedeli  delle  Chiese.
Nei monasteri  benedettini  la struttura  monastica  corrisponde  tuttora  a  quella  ecclesiologia  di comunione,  conservata  dall'Ortodossia  nel  cristianesimo  orientale. Ogni  comunità , con  l'abate  o  il priore  che si è  scelto, costituisce  una  piccola  Chiesa. Due  o più monasteri  vicini, nella  stessa  regione  o nazione , fanno  una  congregazione , e  gli  abati  o priori  eleggono  tra  di  loro un abate  presidente, al  quale  si  può  fare  ricorso  quando  sorge  una  difficoltà  all'interno del monastero. Poi le  diverse  congregazioni nazionali  o  regionali  estendono  la  loro  comunione  , formando  la  confederazione  benedettina, e  gli  abati o priori  conventuali  eleggono  l'abate  primate.  Per esercitare il  ruolo  primaziale, potrebbe  anche rimanere  nel  suo monastero , come  abate di una vera  comunità. Se  risiede a  Roma, sacrificando  così il carisma  per  il quale è stato eletto abate  dai propri  monaci, è per difendere  meglio , presso  la  Curia    romana ,i diritti  dell'Ordine  monastico: è piuttosto un  procuratore,  che  fa  da  legame  tra  i singoli monasteri e il  papa, e non  il  braccio  del pontefice sulla  confederazione  benedettina;  non  è  un  generale  d'ordine nè  un  gran  maestro.
Invece  gli ordini religiosi  sorti  dal duecento  in poi hanno adottato  quella  struttura piramidale  della  Chiesa  d'Occidente: dal   gran  maestro o  dal  generale  dipendono  i superiori provinciali; da  questi  a loro volta  i rettori locali; dai rettori  , infine  ,i religiosi;  e  tutto  l'Ordine è  al  servizio  del Papa.  Di  solito , eccetto per  le  clarisse,  non  costituiscono  cellule  ecclesiali sotto  un   bastone  abbaziale, ma  sono  esenti  dalla  giurisdizione del  vescovo locale, come  l'esercito  di  una nazione  dipende   direttamente  dal  potere  centrale e  non  dai  governatori  di provincia.
Finché  quella  struttura piramidale  rimaneva  a  uso interno  della  Chiesa  romana  , gli  Ortodossi  non  avrebbero trovato   nulla  da ridire, eccetto  per  il fastidio che  davano loro i frati  insediatesi  in Terra  Santa e  sul  territorio  delle  loro  Chiese apostoliche. Ma le  difficoltà  maggiori  sorsero  quando  la  Chiesa romana  , che  dopo  secoli  di separazione  dall'Occidente si era   persuasa di essere da  sola   la  Chiesa universale, cercò di imporre  la  sua  ecclesiologia  piramidale  alle  Chiese  autocefali di Costantinopoli,,  Antiochia, Alessandria e Gerusalemme,  che  non  avevano  mai  conosciuto, dal  tempo degli Apostoli, altra  ecclesiologia  che  quella  di  comunione.

lunedì 4 novembre 2019

CANTI di: Giacomo Leopardi

4--11---2019

ALL'ITALIA

O  patria  mia,  vedo  le  mura  e  gli  archi
E  le  colonne  e i  simulacri e l'erme
Torri  degli  avi nostri,
Ma   la  gloria  non  vedo,
Non  vedo  il lauro  e  il ferro ond' eran  carchi
I nostri padri  antichi. Or fatta  inerme,
Nuda  la fronte e nudo  il petto mostri.
Oimè  quante ferite ,
Che lividor , che  sangue! oh qual ti  veggio,
Formosissima   donna!  Io  chiedo  al cielo
E  al  mondo  dite  dite;
Chi la  ridusse a  tale? E questo  è peggio,
Che  di  catene ha  carche  ambe le  braccia ;
Si che sparte  le chiome e senza  velo
Siede  in terra  negletta  e   sconsolata,
Nascondendo  la  faccia
Tra  le  ginocchia , e  piange.
Piani , che  ben  hai  donde , Italia mia,
Le genti  a vincer  nata
E nella  fausta  sorte e nella  ria.

Se  fosser  gli  occhi  tuoi due   fonti  vive,
Mai  non  potrebbe  il pianto
Adeguarsi  al tuo  danno ed allo  scorno;
Che  fosti  donna  ,or  sei  poverella  ancella.
Chi di te  parla   o scrive,
Che , rimembrando  il  tuo   passato vanto,
Non  dica : già  fu  grande, or non  è quella?
Perché,  perché?  dov'è  la  forza  antica,
Dove  l'armi  e il valore  e  la  costanza?
Chi  ti  discinse  il  brando?
Chi  ti  tradì? qual  arte  o qual  fatica
O  qual  tanta  possanza
Valse  a  spogliarti  il  manto e  l'auree  bende?
Come  cadesti o  quando
Da  tanta  altezza  in  così  basso  loco?
Nessun  pugna  per te?  non ti  difende
Nessun  de'  tuoi? L'armi , qua  l'armi : io solo
Combatterò , procomberò  sol io .
Dammi , o ciel,  che  sia  foco
Agl' italici  petti  il sangue  mio.

Dove  sono  i tuoi  figli? Odo suon  d'armi
E  di  carri  e  di voci e  di timballi:
In  estranie  contrade
Pugnano  i tuoi   figliuoli.
Attendi, Italia  , attendi . Io  veggio, o  parmi,
Un  fluttuar  di  fanti e di cavalli,
E  fumo e  polve , e  luccicar di spade
Come  tra  nebbia  lampi.
Né    ti  conforti?  e i  tremebondi  lumi
Piegar  non  soffri  al  dubitoso evento?
A   che  pugna  in  quei campi
L' Italia gioventude? O  numi, o numi:
Pugnan  per  altra  terra  itali  acciari.
Oh  misero   colui  che  in  guerra  è  spento,
Non per  li  patrii lidi  e  per  la pia
Consorte e i figli  cari,
Ma  da  nemici altrui
Per  altra  gente, e  non  può  dir  morendo:
Alma  terra  natia,
La  vita  che  mi  desti  ecco  ti rendo.

Oh  venturose  e  care e  benedette
L'antiche  età,  che  a  morte
Per  la  patria  correan  le  genti  a  squadre;
E  voi  sempre  onorate  e  gloriose,
O  tessaliche  strette,
Dove  la  Persia  e il fato assai  men  forte
Fu  di  poch'alme  franche  e  generose!
Io  credo  che  le  piante  e i sassi  e  l'onda
E  le  montagne  vostre  al  passeggere
Con  indistinta  voce
Narrin  siccome  tutta  quella  sponda
Coprir  le  invitte  schiere
De'  corpi  ch'alla  Grecia eran devoti.
Allor  , vile  e  feroce,
Serse  per  l' Ellesponto  si  fuggia,
Fatto  ludibrio  agli  ultimi  nepoti;
E  sul  colle  d 'Antela , ove  morendo
Si sottrasse  da  morte  il  santo  stuolo,
Simonide  salia,
Guardando  l'etra e  la  marina  e  il  suolo.

E  di  lacrime  sparso  ambe  le  guance,
E  il petto  ansante, e  vacillante  il piede,
Toglieasi  in man  la  lira:
Beatissimi  voi,
Ch'offriste il petto  alle  nemiche  lance
Per  amor di  costei  ch'al Sol  vi  diede;
Voi  che  la Grecia cole, e  il mondo  ammira.
Nell'armi  e  ne'  perigli
Qual  tanto  amor  le  giovinette  menti,
Qual  nell'acerbo  fato amor vi  trasse?
Come  sì lieta  , o figli,
L'ora  estrema  vi  parve  ,onde ridenti
Correste  al  passo  lacrimoso e duro?
Parea  ch'a   danza e  non  a  morte  andasse
Ciascun de'  vostri  ,o  a  splendido  convito:
Ma  v 'attendea  lo scuro
Tartaro  , e  l'onda  morta,
Né  le  spose vi  foro  o figli  accanto
Quando  su  l'aspro  lito
Senza  baci morire  e senza  pianto.

Ma  non  senza  de' Persi  orrida  pena
Ed  immortale  angoscia.
Come  lion  di  tori  entro  una  mandra
Or salta  a  quello  in tergo  e sì gli scava
Con  le  zanne  la  schiena,
Or  questo  fianco  addenta or  quella  coscia;
Tal  fra  le Perse  torme  infuriava
L'ira  de'  greci  petti  e  la  virtute.
Ve'  cavalli  supini e  cavalieri ;
Vedi  intralciare  ai vinti
La  fuga    i carri  e  le  tende  cadute,
E  correr  fra'  primieri
Pallido  e  scapigliato  esso  tiranno;
Ve' come infusi  e  tinti
Del  barbarico sangue  i greci  eroi ,
Cagione ai Persi  d'infinito affanno,
A   poco  a  poco  vinti  dalle piaghe,
L'un  sopra  l'altro  cade . Oh  viva , oh  viva:
Beatissimi  voi
Mentre  nel  mondo si  favelli o scriva.

Prima  divelte , in  mar  precipitando,
Spente  nell'imo  strideran  le stelle,
Che  la  memoria  e il  vostro
Amor  trascorra  o scemi.
La   vostra  tomba  è  un'ara; e  qua  mostrando
Verran  le  madri  ai  parvoli  le belle
Orme  del  vostro  sangue . Ecco io mi prostro,
O  benedetti  , al suolo,
E  bacio  questi  sassi e queste  zolle,
Che  fien  lodate  e  chiare eternamente
Dall'uno  all'altro polo.
Deh  foss'io  pur  con  voi  qui  sotto,  e  molle
Fosse  del  sangue  mio  quest'alma terra.
Che  se  il  fato è  diverso , e  non  consente
Ch'io  per  la  Grecia  i  moribondi lumi
Chiuda  prostrato  in guerra,
Così  la  vereconda
Fama   del  vostro  vate  appo  i  futuri
Possa , volendo  i numi,
Tanto  durar quanto  la  vostra  duri.

RICORRENZE: 4 NOVEMBRE , GIORNATA DELLA VITTORIA di Pina Maria Speranza

4---11---2019

MILITE  IGNOTO   di   Pasquale  Ruocco

  
Non  sappiamo  il tuo  volto , o Sconosciuto,
non  il  tuo  rude  nome di soldato,

ma  è  il nome  inciso  in  tutti  i monumenti,
e che  risuona  in tutte  le  fanfare ;
hai  la  tua  casa  in ogni  casolare;
ed   appartieni  a  tutti  i reggimenti.

Sente  ogni  madre  il  suono  della  voce
noto  al  suo  cuore ; eppure tu sei  muto,
e  là, nel  campo dove sei  caduto,
tutte  le  croci  sono la tua  croce.

Da  quelle  tombe  un  monito  e  un  saluto,
con  severo silenzio tu ci  porti;
e  tutti  cuori  dei  fratelli  morti
son  chiusi nel  tuo  cuore  o Sconosciuto!

Un pensiero ed un grazie  a tutti coloro che  nel passato   remoto, e in quello più recente, hanno dato la loro vita, affinché noi potessimo vivere in una  Italia  di pace , dove il valore della vita , la dignità, i diritti  civili, sono la garanzia di ciascuno  cittadino. Un popolo , quello italiano, unito da un tricolore, in una sola patria.

sabato 2 novembre 2019

2 NOVEMBRE----2019

2--11--2019
Dal  Vangelo  secondo  Matteo:

"Erode , allora  , vistosi  beffato  dai Magi,  si  infuriò  e  mandò  ad  uccidere ,  in  Bethlemme  e  in  tutto  il suo  territorio, tutti  i   bambini  di meno  di due  anni,  secondo il tempo  di cui si  era  accuratamente  informato  dai Magi. Allora  si  adempì  quanto  era  stato  detto  dal profeta  Geremia:
  In  Rama s'è  sentita una  voce,
un  pianto  e  lamento  grande;
è Rachele  che  piange  i suoi  figli ,
ne' vuol  consolarsi,  perché  non sono più.
Nel  terzo millennio, sono  molti  i fratelli  di  Erode; ed in questi  anni sono molte  le  strage  degli  innocenti, un pensiero ai  bambini morti  sotto  le  bombe, a  quelli morti  con le  armi chimiche, a quelli annegati nel mediterraneo,a  tutti quei  bambini morti per la  malvagità dell'uomo, e  che  non hanno la  consolazione  del pianto di Rachele.  Io li pongo tutti ai  piedi di Colei che  è la madre  delle  madri, al Suo Sacro Cuore.

venerdì 1 novembre 2019

1----NOVEMBRE ---2019

1-11-2019

vento  dei  santi     di:     Giovanni   Pascoli

Vento  dei  Santi,  il giorno  si  raccoglie
già  per morire, e  tu  su'  due  gemelli
alberi  soffi, e  stacchi  lor  le  foglie.
Ora  le  tocchi  appena , ora  le  svelli;
quali  cadono  a  una  a  una, quali
partono  a  branchi, come  vol  d'uccelli.
Tutta  una  fuga , quando tu  le assali,
si  fa  nel  cielo  ,  e in terra  , fra  le  zolle,
un  fruscio  grande ,  un  vano  tremor  d'ali;
stridono  e vanno , girano  in  un  folle
vortice,  frullano  inquiete  attorno,
calano  con  un  abbandono molle.
A volte  sembra  muovano  al ritorno,
a sbalzi ...Ma, tu le  riprendi, e  porti
con  te,  via.  Tutte  son  cadute, e  il giorno
è morto:  tu lo sai,  vento  dei  Morti!

Viene  col  vento  un  canto  di preghiera
e  di  tristezza,  e  vanno  via  le  foglie
con  lui , stridendo  in mezzo  alla  bufera:
"Noi  di noi  siamo  le  fugaci  spoglie;
la   nostra  vita  è sempre  là   dov'era.
Il  vento  in  vano  all'albero  ci  toglie:
là  rinverzicheremo  a  primavera".

Col  vento  via  vane  foglie  vanno;
gemono , mentre intorno  si  fa  sera.
"Non  torneremo  al  rifiorir  dell'anno:
noi  ce  n'andiamo  avvolte  nell'oblio.
Non  fu  la  vita  che  un  fugace  inganno.
L'albero è morto . Addio  per  sempre!  Addio".
è morto  il  giorno , ed  anche  muor  la  sera,
ed  anche  muore  il canto  tristo e pio,
e il cielo  splende  su  la  terra nera....

Quando  cadono le  foglie     di:   Carlo   Linati

Era  un  gigantesco platino e stava  ritto  in  mezzo  al  prato  come  un  signore  del paese.  Le  foglie  cominciavano  a  cadere.
FOGLIE    Noi ti  lasciamo, babbo.
ALBERO  (come ridestandosi  da  un  sopore)  Come , come ?  è   già  tempo  di  distaccarsi, figliole  care?
FOGLIE   Tu  lo vedi, non  abbiamo  più linfa , siamo  secche e  inaridite.  E  stamani , per  giunta , sono arrivate   Nebbia e Brina  che  ci  han  tolto  gli  ultimi  resti di vigore.
ALBERO  (implorando)  Oh,  restate ancora  un poco....Guardate  che  cielo delizioso  abbiamo oggi. Restate  ancora un poco a  godere  quest'ultima soavità  dell'anno.
FOGLIE  Babbo  , la  nostra  ora  è  suonata.  Ce  n'andiamo.
ALBERO  Ingrate!  Voi   dimenticate  che  v'ho nutrite  del mio  sangue, che  vi ho  dato  voce, splendore  e  bellezza  per  sei mesi  di seguito.
UN  GRUPPO  DI  FOGLIE  Noi   formeremo  sotto  di te  un  vasto letto, o  babbo  grande, dove , riposando  insieme ,  ragioneremo  delle  tue  grandi  virtù.
ALTRO  GRUPPO  Rievocheremo  le  gioie  che  abbiamo  godute  con te , o babbo  grande , i  piccoli nostri  passatempi  estivi.
ALTRO  GRUPPO  Ricorderemo  gli  scrosci  gloriosi  dietro  le  orchestre  dei venti,  quando  tutte  insieme ci  scagliavamo  e  tu  scricchiolavi  come  un  vascello in burrasca.
PRIMO  GRUPPO  Tempi  allegri  e   beati!
SECONDO  GRUPPO  Bei  rischi  e  splendori!
TERZO  GRUPPO  Magnifiche  avventure estive!
TUTTE  Finché, ohimè  la  tetra  neve ci  coprirà.
L'albero , a  sentir parlare  di  neve , ha  un  lungo  brivido per  tutti i rami.  Altre  foglie   cadono  e  i  rami  si  discoprono  sempre  più lividi e ignudi  tra  gli  squarci  del  vestimento.
ALBERO  Ahimè, tutte  se ne  vanno,  tutte  se ne vanno...Quanta  malinconia  in questi  distacchi  ! E tutti  gli anni è  la  stessa  pena , tutti  gli  anni  le  stesse  lacrime.
FOGLIE(in coro) Non ti  disperare,o babbo  grande. Tu  devi  sopravviverci e  riavere  altre  figliuole  che  vestiranno  a  festa  le  tue  braccia  gagliarde.  Il  nostro  turno  è  finito.  Addio, addio.
E  ad  una  ad  una  cadono  sul  prato.
Ma tutte  , a  vero  dire,  avevano  un  modo  così  delicato  di  lasciare l'albero!  Lo  lasciavano pian  piano , alla  chetichella , quasi  direi  in  punta  di piedi, come  si  lascia  la  camera di un  malato grave.  Brave  figliuole!  E  le  più  brave  stavano  con  lui  finché  potevano , finché  erano  secche, quasi  bruciate :poi  sfinite  si  lasciavano  andare perdutamente, gettando  un piccolo  grido  d'angoscia  quando  passavano  in  mezzo  ai  rami . Frrrrch....cré....cré...Era  come  l'addio  di tutte  le  cose che  se ne vanno, la tristezza  infinita  della  separazione.  Frrrrsch....cré...cré..